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SALUTO DI WALTER VELTRONI, SINDACO DI ROMA
Sono veramente lieto di portare il mio saluto e quello di tutta la città ai membri del Comitato Leonardo, di cui si festeggia qui nella Sala della Protomoteca il Decennale dalla nascita. Dieci anni serviti a riaffermare in tanti modi l'importanza del Made in Italy: come punto di forza, di originalità, di identità e di capacità competitiva del nostro Paese sulla scena internazionale. Quando si parla di Made in Italy si parla di un concetto che racchiude un valore industriale ma anche un grande valore culturale. Che cosa è, infatti, che ci rende unici? Esattamente la grande ricchezza di carattere storico, archeologico, artistico, musicale, cinematografico, nel campo della moda ed in generale in tutti in campi in cui vi sia bisogno di talento e di capacità di produzione estetica.
Made in italy vuol dire vestire bene, mangiare bene, così come rimanda ad un bel disegno di un'automobile. Il termine rimanda persino alla dolcezza di certi passaggi che possono essere conosciuti e riprodotti. Io ricordo che quando ero Ministro dei beni culturali avevo imposto un vincolo per evitare che si realizzassero delle costruzioni che avrebbero alterato un paesaggio dipinto da Simone Martini. Allora sembrò una stranezza ed invece credo che fosse giusto per quella irripetibilità italiana che dobbiamo tutti insieme salvaguardare. Quindi Made in Italy nel mondo viene vissuto come vivere bene, vivere con qualità ed in un contesto di bellezza. Fernand Braudel ha scritto che "la cultura è il modo di crescere, di vivere, di amare, di pensare, di credere, di ridere, di nutrirsi, di vestirsi, di costruire le abitazioni, di disegnare le città ed i campi, di comportarsi". Se questo è vero il Made in Italy è assolutamente parte integrante della nostra contemporanea identità culturale. Esso affonda le sue radici nella nostra storia, nei capolavori del Rinascimento, in quel bagaglio e in quell'equilibrio di bellezza e senso estetico, tutto nostro, italiano, che abbiamo saputo mettere nel taglio di un vestito, nelle linee di una Ferrari, nell'eleganza di una borsa. E' tradizione ed innovazione, capacità di guardare al proprio tempo, di interpretarlo e spesso di anticiparlo. Penso che questa città, la città che ospita questo incontro sia naturalmente deputata a raccontare questa doppia identità italiana. Noi abbiamo cambiato da poco il sito internet del Comune di Roma e abbiamo scelto come simboli della città il Colosseo e l'Auditorium. Proprio perché volevamo raccontare attraverso questo viaggio nel tempo come si potesse costantemente essere in rapporto con cose belle e fonte di produzione culturale, musicale e teatrale di grande livello. Roma è un esempio di questa capacità innovativa. Io vorrei fornire qualche numero: a Roma la new economy conta circa quaranta imprese con più di 130.000 addetti; il polo tecnologico della Tiburtina ha 214 imprese elettroniche ed informatiche con oltre 17.000 addetti; il 50 % della produzione nazionale in campo aerospaziale si fa nella capitale; il polo di Castel Romano rappresenta uno dei maggiori poli di ricerca applicata a livello nazionale ed internazionale.
Questa è l'altra dimensione della città. Roma è il foro romano, la Domus Aurea, la Galleria Borghese, però è anche l'innovazione tecnologica e sia in termini di consumo che di produzione Roma compete con Milano per essere la prima città italiana. E' in questo quadro che stiamo lavorando per promuovere e valorizzare, insieme agli stilisti ed a tutti gli operatori del settore, quello che è il simbolo per eccellenza del Made in Italy, la moda, che tanto ha rappresentato nella recente storia di Roma e che noi desideriamo sia sempre di più uno degli elementi di forza dell'economia e della bellezza di questa città. A questo fine nel 2001 abbiamo creato Alta Roma, società di cui fanno parte il Comune di Roma, la Regione Lazio, la Camera di Commercio ed importanti realtà imprenditoriali. Roma vuole essere per le aziende che lo vorranno una casa, un punto di riferimento. Sulla base dell'esperienza e del prestigio dei suoi stilisti affermati in tutto il mondo, Roma vuole essere una piazza a disposizione delle creatività più innovative. Alta Roma è nata anche per sostenere la formazione dei nuovi talenti, attraverso borse di studio per giovani stilisti, corsi di formazione per quei mestieri artigianali altamente specializzati e legati alla moda, che rischiamo di scomparire, travolti da un mercato in continuo cambiamento e troppo spesso guidato da logiche squisitamente commerciali. Nella prossima metà di luglio svolgeremo a Roma la settimana della moda, che prevede un calendario di eventi molto importanti che si svolgeranno all'Auditorium ed in alcune delle vie più famose della città, che vivranno dell'originalità e del fascino della moda stessa. In particolare vorrei sottolineare la sezione dedicata ai giovani stilisti che si svolgerà nel cuore di Roma a Via Margutta. Via in cui tra l'altro abbiamo presentato pochi giorni fa il ritorno sulle scene teatrali di "Vacanze Romane". A Via Margutta i cortili, le gallerie d'arte, i negozi d'antiquariato, le vetrine della strada diventeranno delle passerelle ideali per le minisfilate, le performance e le installazioni artistiche di giovani stilisti italiani e stranieri. L'estro creativo dei giovani incontrerà così la storia artistica di Via Margutta, sempre giocando su questa doppia dimensione.
Per finire vorrei dire questo: nelle mie peregrinazioni nelle scuole romane, che in questo periodo di recite scolastiche organizzano spettacoli teatrali, musicali, di danza, oggi ho visitato una scuola di periferia, a Casal Bertone, intitolata a Lucio Lombardo Radice. Questa scuola organizzava un premio di poesia. Tuttavia insieme al premio di poesia c'era quella che loro hanno chiamato la maison Lombardo Radice, cioè i ragazzi si sono messi a disegnare dei modelli, in perfetta coerenza con il lavoro che facevano sulla poesia o cercando di riprodurre la pittura degli impressionisti. Si tratta ancora una volta di qualcosa che sta nel DNA di questa città. L'attenzione e la propensione alla ricerca, alla tutela, alla salvaguardia del bello, ma anche alla costruzione di opportunità innovative che siano Made in Italy nel senso più alto del termine, cioè lo siano per la qualità e la bellezza del prodotto che esse propongono. Buon lavoro a tutti.
SALUTO DEL PRESIDENTE DEL COMITATO LEONARDO
CAV. LAV. LAURA BIAGIOTTI
E' con vero piacere e con orgoglio di appartenenza che in qualità di Presidente del Comitato Leonardo apro i lavori e dò il benvenuto alle Autorità, agli esimi Ospiti e ai cari Colleghi che hanno voluto onorarci con la loro partecipazione in occasione del Convegno per il decennale del nostro Sodalizio, dal titolo "Il Made in Italy e la Società Italiana: un binomio di progresso", Convegno nato con l'intento di storicizzare il Made in Italy nell'ottica di un grande valore culturale espresso negli ultimi 50 anni dal nostro Paese.
Il 2003 rappresenta una tappa significativa del pur breve percorso del Comitato Leonardo che festeggia i 10 anni della sua fondazione. Il Comitato fu costituito su un progetto lungimirante del nostro Presidente Onorario Sergio Pininfarina, e da un gruppo di coraggiosi interpreti del Sistema Italia tra i quali, in primis, desidero ricordare con particolare stima e rimpianto l'Avv. Gianni Agnelli. Nel giro di boa di un millennio, 10 anni rappresentano contemporaneamente un lungo e altrettanto breve lasso di tempo: questo ci permette bilanci e programmi entrambi stimolanti. Il Made in Italy è stato e rappresenta tuttora, un enzima fondamentale e una grande risorsa della società italiana e a questo ci siamo riferiti definendo l'argomento del convegno che oggi stimati Relatori ci illustreranno in un percorso intellettuale e culturale di grande spessore e respiro. Oltre a ciò io vorrei porre alla vostra attenzione e al vostro giudizio un'interpretazione personale che mi sento di aggiungere alla già ricchissima sfaccettatura del fenomeno "Made in Italy". Il nostro essere mediamente "piccoli" che ci viene sempre attribuito come fattore di debolezza e di mancanza di competitività, sono certa invece che rappresenti nella complessità del villaggio globale, un fattore di successo, dovuto alla originalità, specificità e flessibilità del Sistema Italia.
Vorrei aggiungere un "sentiment": una generazione di imprenditori grandi, medi e piccoli grazie alla qualità umana delle loro imprese e grazie ad una mole immensa di lavoro, di coraggio, di sacrifici hanno saputo far apprezzare in tanti Paesi, i prodotti italiani, che spesso vengono ospitati come oggetti cult nei musei di tutto il mondo. Ma anche e soprattutto hanno affermato un'immagine vincente dell'Italia, offrendo un modello comportamentale e uno stile di vita che, dall'abitare al vestire, al piacere della tavola alle molte innovazioni tecnologiche, porta sempre e comunque, l'imprinting inimitabile di un nuovo grande valore culturale italiano espresso attraverso forme e modalità inedite. Mi chiedo dunque e se noi tutti avessimo, anche involontariamente, operato una colonizzazione intellettuale, un proselitismo estetico e culturale anche attraverso una meravigliosa cravatta o una superba bottiglia di vino?
Questo è il punto che mi intriga particolarmente: proporci di riaffermare in un futuro che si presenta assai incerto per l'impresa europea, un percorso che non sia solo mercantile, ma riconsideri questo grande fenomeno come un nuovo modo di fare cultura e impresa. Questo può avvenire attraverso una distribuzione capillare di ricerca di bellezza, di valore aggiunto che non si fonda solo sul lusso e sul censo, ma su una "eleganza intellettuale" che così bene continua e sviluppa i grandi presupposti rinascimentali e i collegamenti ideali che si sintetizzano nell'impegnativa scelta per il nostro Sodalizio del patronimico di Leonardo, quintessenza di ingegno, progettualità, lungimiranza nelle più diverse applicazioni dell'arte del vivere.
Ringrazio il Presidente dell'ICE Prof. Beniamino Quintieri per il supporto prestato alla nostra iniziativa e la piccola, ma efficacissima task force di ICE e Confindustria, che hanno permesso la realizzazione di questo evento; ringrazio il Sindaco di Roma Walter Veltroni per la disponibilità e per l'ospitalità riservata nei nostri confronti; ringrazio il Sottosegretario della Presidenza del Consiglio Dott. Gianni Letta per la partecipazione; ringrazio il Ministro delle Attività Produttive Prof. Antonio Marzano che concluderà i nostri lavori; ringrazio gli illustri Ospiti che ci accompagneranno attraverso questa affascinante verifica di un grande evento della storia del nostro Paese che passa sotto la denominazione un po' riduttiva di Made in Italy, sinonimo tutto italiano di cultura di impresa e impresa di cultura. Grazie per l'attenzione e buon lavoro!
INTRODUZIONE DEI LAVORI DI BENIAMINO QUINTIERI, PRESIDENTE DELL 'ICE
L'occasione dei dieci anni dalla nascita del Comitato Leonardo costituisce certamente un momento celebrativo dovuto nei confronti del Comitato, alla luce della qualità delle iniziative intraprese e della reputazione che esso ha saputo guadagnarsi in questi anni, grazie ai suoi Soci fondatori, ai Presidenti che si sono succeduti e soprattutto all'attuale Presidente.
Credo che allo stesso tempo l'occasione sia propizia per valutare se gli obiettivi che il Comitato si proponeva di realizzare dieci anni fa siano ancora attuali. Questo tipo di analisi è assolutamente inusuale nel nostro Paese, dove alla proliferazione di Enti, Associazioni, Comitati, quasi mai si associano valutazioni relative all'efficacia. Quasi sempre infatti la difesa dell'esistente finisce con il prevalere su considerazioni relative all'utilità sociale. Io dirò subito che a mio parere gli obiettivi che hanno determinato la costituzione del Comitato Leonardo appaiono oggi ancora più attuali di quanto non fossero dieci anni fa. Qualche fatto stilizzato può risultare utile per sostenere questa affermazione.
Intanto negli ultimi dieci anni si è assistito ad un processo di integrazione internazionale senza precedenti, che pur avendo subito negli ultimi due anni un brusco rallentamento, di fatto ha realizzato una forte crescita delle esportazioni e degli investimenti. L'Italia naturalmente ha beneficiato di questa situazione però non ha saputo tenere il passo con gli altri paesi e le esportazioni italiane sono cresciute, ma un po' meno delle esportazioni degli altri paesi europei. Il secondo elemento è che la crescita del commercio internazionale è stata trainata dallo sviluppo di nuovi settori, in particolare i settori della nuova economia e della information & communication technology, che non hanno visto il nostro Paese tra i protagonisti. Terzo aspetto: nell'arena internazionale si sono affacciati nuovi attori, sempre più agguerriti, con una straordinaria capacità di competere proprio nei settori in cui l'Italia è forte. Vorrei solo citare il fatto che quest'anno la Cina in un sol colpo ha superato come paese esportatore mondiale l'Italia, la Francia , il Regno Unito e il Canada, divenendo il quarto paese esportatore al mondo. Dieci anni fa la Cina era molto lontana da questi traguardi e così dicasi per altri paesi. In questo contesto è rimasto inoltre quasi inalterato il ritardo di competitività che affligge il nostro Paese, in termini di ricerca e sviluppo, infrastrutture, presenza nei settori tecnologicamente avanzati. In questo quadro tutt'altro che esaltante l'Italia è riuscita tuttavia a mantenere posizioni di preminenza nei settori tradizionali del Made in Italy. Ad una più agguerrita concorrenza in termini di costi di produzione, alla quale d'altronde era impossibile far fronte, le nostre imprese hanno saputo reagire investendo nel mix qualità-tecnologia-design che ha permesso di generare dei miglioramenti qualitativi che hanno collocato la produzione italiana nella fascia alta del mercato, in posizioni di nicchia tali da porle al riparo, almeno in parte, dalla concorrenza dei paesi emergenti. Nei settori tipici del Made in Italy l'Italia è diventata sempre più un esportatore netto di prodotti di alta qualità. In un contesto in cui la competitività del Sistema-Paese non raggiunge posizioni di eccellenza è la capacità di generare qualità all'interno dei settori di specializzazione che ci ha permesso di restare sufficientemente competitivi. E' da ricordare inoltre che la capacità di generare prodotti nuovi, prodotti di qualità non è tanto il risultato della ricerca applicata o di una leadership in campo tecnologico, quanto piuttosto il frutto del più importante bene immateriale di cui disponiamo: il nostro capitale umano che viene alimentato da quell'enorme giacimento culturale che di fatto costituisce la vera ricchezza del paese. C'è un secondo aspetto da considerare che rende di particolare importanza l'azione del Comitato Leonardo. Il processo di globalizzazione in atto, lungi dal generare quella omologazione o standardizzazione dei consumi che molti avevano previsto, sta determinando invece una crescente domanda di prodotti differenziati e personalizzati. Per un'identità forte come quella italiana l'apertura dei mercati può rappresentare da questo punto di vista un'irripetibile opportunità di espansione. La qualità, lo stile, il design fanno parlare oggi nel mondo di uno stile di vita italiano da importare e possibilmente da imitare. Quindi l'Italia è sempre più popolare all'estero. La valorizzazione di un marchio italiano di qualità è quindi indispensabile non solo per mantenere le posizioni di nicchia ma è un necessario traino per le imprese italiane che fanno prodotti di fascia media, quella che in definitiva determina volumi, fatturato, occupazione che non possiamo assolutamente permetterci il lusso di perdere. Tutto ciò penso possa farci capire la ragione per cui il modello di specializzazione italiano desta allo stesso tempo ammirazione e preoccupazione. In alcuni casi, lo abbiamo visto nella relazione del Governatore della Banca d'Italia lo scorso sabato, vengono enfatizzati i limiti e i ritardi strutturali della struttura produttiva italiana, in altri si celebrano i successi e l'apprezzamento che i prodotti del Made in Italy riscuotono all'estero. Però su un aspetto, e qui concludo, possiamo essere tutti d'accordo, il successo del Made in Italy è oggi indissolubilmente legato alla capacità di generare prodotti di qualità e di mantenere alta l'immagine del nostro Paese all'estero. Credo che da questo punto di vista l'attività del Comitato Leonardo sia oggi più importante che mai. Grazie.
INTRODUZIONE DI PHILIPPE DAVERIO AL SUO RUOLO DI MODERATORE DEL CONVEGNO
Il mio compito è quello di guidare il dibattito e gli interventi dei relatori, tuttavia una piccola premessa mi viene naturale vista la Sala in cui mi trovo: la Sala della Protomoteca, nome curioso di cui nessuno forse capisce il significato. Questa è la Sala dei Protomi, i Protomi sono questi busti che stanno attorno a noi e che sono le grandi eccellenze che hanno determinato il Paese. Sono tutti intellettuali, artisti, uomini di spettacolo, di teatro. Tutti questi signori sono stati dei grandi creativi, non c'è un uomo d'armi, non c'è un grande mercante, sono quelli che hanno formato l'idea dell'Italia. C'è anche colui al quale è intitolato lo stesso Comitato, Leonardo, che è a sua volta un prototipo del comportamento italiano. Nato a Vinci, se non fosse venuto a lavorare a Milano non avrebbe fatto carriera. Tornato a casa da Milano dopo la caduta del potente che seguiva con attenzione e affetto, tentò a Firenze dalla quale se ne andò per via di un appalto andato a male, di un concorso pubblico che non riuscì a portare a casa. Si mise così al servizio del Valentino e poi emigrò, concludendo una vita gloriosa e nota in Francia. Andò in Francia a portare effettivamente l'idea del Made in Italy. I personaggi italiani che si trasferirono in Francia tra 400 e 500 portarono una radicale innovazione del modo di vedere, di pensare, di abitare. I francesi cessarono di essere gotici per diventare ad un tratto rinascimentali. Continuando questo giro panoramico della Sala è interessante questo gruppo di cavalieri. Questi signori rappresentano infatti la grande innovazione del modo italiano di andare a cavallo. La Francia scoprì allora, dopo le guerre d'Italia, che si poteva montare a cavallo leggermente, grazie soprattutto alla scuola napoletana. L'ultimo elemento che ha colpito la mia attenzione è il monumento dedicato a Canova, cioè l'inventore della modernità. L'artista che Napoleone guardava come il Fidia redivivo. Questo riassunto di come si andava a cavallo, di come si faceva l'intellettuale, di come si inventa la modernità è il miglior passo introduttivo per gli interventi che seguiranno oggi. Interventi che concernono un paese che ha come sua straordinaria caratteristica antropologico-culturale la creatività. Il fatto di parlarne qui a Roma è commovente, infatti da qui partì un modo che non era il Made in Italy ma piuttosto il Made in Mediterraneo, una visione del Mediterraneo che trasformò tutta questa curiosa penisola occidentale dell'Asia che noi chiamiamo oggi Europa. Dall'Italia invece più tardi partì un germe di creatività puro. In un Europa in cui dal 500 in poi il ruolo politico dell'Italia stava lentamente decadendo, la sua influenza intellettuale fu straordinaria. Credo quindi che la Sala della Protomoteca sia veramente il luogo ideale per i dieci anni del Comitato Leonardo.
TESTIMONIANZA DI BRUNO VESPA
Io ringrazio molto Laura Biagiotti per avermi invitato e mi scuso perché tra un po' ho la registrazione del programma e quindi vi dovrò lasciare, ma soprattutto mi scuso perché temo di andare fuori tema. Io sono un cronista politico e ho un po' di disagio dopo la preziosa introduzione di Philippe Daverio a guardare al Made in Italy da questo mio punto di vista, che mi rendo conto è abbastanza singolare.
Voi siete nati nel 1993 ed è difficile capire quanta strada abbiate fatto se non si pensa al '93. Il '93 è stato l'anno peggiore della democrazia italiana. Non tanto e non solo per le bombe di Firenze che andarono a colpire uno dei simboli del Made in Italy da Leonardo in poi, ma perché la tenaglia giudiziaria Palermo-Milano cambiò drammaticamente le regole del gioco. Nel '93 cominciò l'inchiesta contro Giulio Andreotti, che poi dopo dieci anni è arrivata alla seconda assoluzione. Speriamo che la Provvidenza gli consenta di assistere di qui a qualche tempo anche alla terza. I magistrati di Milano, dal canto loro, che erano partiti giustamente per punire l'arroganza, il senso di impunità, di molti politici, anche di molti imprenditori, cominciarono via via a cambiare le regole del gioco democratico. Arrivammo così al Procuratore della Repubblica Borrelli che si mise a disposizione del Capo dello Stato per sostituire i vertici di una classe politica ormai delegittimata. Io credo che noi non dobbiamo dimenticare da dove siamo partiti. Non dobbiamo dimenticare che il '93 fu l'anno dei suicidi di Cagliari e di Gardini, che fu l'anno dell'arresto di tante persone innocenti, a cominciare dal Presidente dell'IRI Franco Nobili e che fu di fatto l'anno in cui la classe politica che bene o male, democraticamente, aveva governato l'Italia dalla fine della guerra, fu sostituita di punto in bianco. Tanto è vero che l'anno dopo tutti i partiti che avevano governato, nessuno escluso, scomparvero. Il '93 fu anche l'anno dei grandi referendum, cambiò il sistema elettorale, nacque un partito che Eugenio Scalfari chiamò delle signorine coccodé, che era Forza Italia, che doveva essere un gruppetto di pretoriani andati lì per difendere quattro interessi e che poi invece vinse le elezioni. Il '93 fu l'anno in cui Gianfranco Fini riunì una direzione del partito dicendo "come si può sopravvivere con cinque deputati con questa nuova legge elettorale?" e l'anno dopo i suoi erano a Palazzo Chigi. Insomma fu un anno di rivoluzioni.
Economicamente quello e gli anni successivi furono gli anni tra i più duri del dopoguerra. Ci fu la grande svalutazione della lira. Ci furono i sacrifici per rimettere in sesto un'economia che era stata gestita probabilmente con eccessiva leggerezza. Ci fu la grande e faticosa rincorsa per entrare nel sistema dell'euro. Ci fu la prima vera alternanza di governo con il centro-sinistra che andò al posto del primo governo Berlusconi e con Berlusconi che è andato al posto del terzo governo di centro-sinistra. Che cosa è successo in questi anni? Che il Made in Italy ci ha dato da mangiare. Che il Made in Italy è andato avanti contro tutto e tutti. Nonostante avesse alle spalle una tradizione culturale, artistica, di intelligenza e di fantasia che nessun altro paese poteva avere, ma un paese debolissimo. Perché era un paese sfiancato. Sfiancato da guerre che purtroppo dieci anni dopo non sono finite. E allora vedere i miracoli che sono stati fatti da questa classe imprenditoriale, qui abbiamo alcuni dei grandi imprenditori dei diversi settori del Made in Italy, siamo molto grati a loro, li conosciamo, hanno avuto i giusti riconoscimenti ma loro per primi sanno che qui sono spiritualmente presenti decine di migliaia di imprenditori "senza nome". Tutta una serie anche di piccolissime strutture che, come facevano gli emigranti un tempo, senza conoscere una parola né di inglese né tantomeno di italiano, andavano in America e si presentavano sul mercato, hanno preso la loro valigetta, un po' meno pesante e sono andati a fare fortuna. Quindi io credo che la nostra gratitudine verso questa nostra classe imprenditoriale debba essere sterminata, ma credo che dieci anni dopo il drammatico '93 questa classe di imprenditori abbia diritto ad essere assistita meglio dal suo paese. Il lascito più drammatico che ci ha lasciato la guerra civile strisciante, che non è mai finita in questo decennio è l'assenza di legittimazione reciproca tra le diverse coalizioni. Berlusconi non riconosceva legittimità a D'Alema perché non aveva vinto le elezioni, oggi il centro-sinistra non riconosce legittimità a Berlusconi perché si chiama Berlusconi e quindi qualunque cosa faccia è sbagliata. Tutto questo non aiuta un paese. Un governo che deve vivere giorno per giorno a difendersi in trincea è un governo che certamente non può operare al massimo. Questo vale oggi per il centro-destra, è valso ieri per il centro-sinistra, varrà domani per il centro-sinistra se dovesse vincere di nuovo, insomma io credo che dobbiamo diventare finalmente un paese normale. Dobbiamo diventare un paese nel quale ci si riconosca. Anche gli imprenditori si combattono, perché questa è la legge della concorrenza, ma direi che quasi sempre si rispettano. Io ho sentito molti imprenditori. Conosco un po' meglio degli altri settori il settore del vino e sento che i grandi imprenditori del vino rispettano i loro concorrenti, rispettano quei piccoli colpi di genio che hanno portato nel giro di pochi anni degli imprenditori fino a ieri sconosciuti ad emergere ai livelli internazionali. Sarebbe bello che ci fosse questo rispetto reciproco anche nella classe politica, che le opposizioni aiutassero i governi a far meglio e che il prossimo decennio del sistema Leonardo possa avere le spalle più coperte di quanto non le abbia avute nell'ultimo decennio. Grazie.
Philippe Daverio: un'eccellente introduzione per passare ai nostri testimoni effettivi che effettueranno i prossimi interventi. Vorrei darvi un'indicazione in più prima che inizino. L'art. 3 dello Statuto del Comitato Leonardo stabilisce che l'associazione ha lo scopo di: operare a favore di una maggiore presenza all'estero dell'economia, della cultura e della scienza italiana nel loro complesso in funzione di un maggiore prestigio del Paese; favorire attraverso l'adesione di italiani di fama internazionale la realizzazione di iniziative per la diffusione nel mondo della qualità e della tecnologia del Made in Italy; promuovere la presenza italiana all'estero attraverso i prodotti di alta qualità.
Si tratta quindi di un progetto ambizioso sin dalla prima dichiarazione, in cui l'Italia si riconosce ancora una volta nei Protomi. Se questo è un paese che ha una naturale inclinazione al mare, ha ormai acquisito negli ultimi 130 anni una seria inclinazione a considerare l'impegno dell'impresa pubblica un impegno capace di trainare l'intera economia. In questa ottica il Presidente di Fincantieri Corrado Antonini ha portato Fincantieri ad essere uno dei produttori più competitivi di grandi navi di grande lusso. Oggi loro sono trendy come lo può essere la moda.
"DAI TRANSATLANTICI ALLE NAVI DA CROCIERA: AMBASCIATORI DI TECNOLOGIE E DI DESIGN"
DI CORRADO ANTONINI
PRESIDENTE FINCANTIERI
Gentili Signore, Signori,
consentitemi innanzitutto di ringraziare il Comitato Leonardo ed in particolare il suo presidente, Laura Biagiotti, per avermi invitato a questo convegno che mi permette, in un contesto così prestigioso, di illustrare un particolare aspetto del Made in Italy, forse non da tutti conosciuto: quello delle navi da crociera, il cui successo affonda le radici in quasi un secolo della storia della cantieristica italiana, motivo di orgoglio e di vanto per la nostra industria e per la nostra marineria. Un'industria, quella cantieristica che, nonostante abbia vissuto fasi caratterizzate da cambiamenti profondi e da una evoluzione continua e talora difficile, è riuscita a proporsi ed a imporsi nel mondo con la qualità dei suoi prodotti.
La storia prende avvio all'inizio del secolo scorso, con il trasporto di linea dei passeggeri, con le ondate migratorie verso il Nuovo Continente e con la nascita di un flusso turistico americano verso l'Europa. Tali eventi hanno stimolato da una parte le grandi Compagnie di Navigazione a creare navi più capienti, più confortevoli, più belle e più veloci e, dall'altra, i cantieri a soddisfare tali richieste con tecnologie ed innovazioni sempre più avanzate.
Proprio in questo contesto, intorno alla prima decade del Novecento, vengono costruite in Italia le prime navi passeggeri: il Principessa Mafalda, primo vero transatlantico italiano in senso stretto, costruito nel nostro cantiere di Riva Trigoso nel 1908 per conto del Lloyd Italiano e il Kaiser Franz Joseph (1910) realizzato nel nostro cantiere di Monfalcone per conto del Lloyd Austriaco di Trieste. All'epoca le nave passeggeri rappresentavano il vanto e il prestigio della nazione: navi più grandi, più imponenti, più maestose e più veloci affermavano in tutto il mondo il primato della bandiera.
E l'Italia è riuscita a conquistare senza ombra di dubbio il suo posto al sole distinguendosi con navi di ottimo gusto e comfort, oltre che di prestigio e di alta tecnologia. I due poli cantieristici di Genova e Trieste diventano così i protagonisti di una sfida all'eccellenza nella costruzione dei più bei transatlantici in quella che venne definita "l'età dell'oro" dei liners.
Numerosi sono i transatlantici nati nei nostri cantieri fra le due Guerre Mondiali: basti pensare alla Caio Duilio (1916), alla gemella Giulio Cesare e alla motonave Roma (1926). Quest'ultima con oltre 30.000 tonnellate è stata la più grande nave costruita sino ad allora e anche la più lunga (215 mt); fu anche la prima ad essere dotata di piscina e relativa spiaggia. Per far comprendere la sua grandezza all'epoca veniva descritta come un "monumento del mare, più lungo di San Pietro, più largo del Ponte di Rialto e più alto della Torre di Pisa".
II primato del Roma è stato superato solo un anno dopo dalla Augustus, 32.650 tonnellate di stazza lorda.
Le navi italiane già allora si distinguevano fra tutte, mettendo in luce quelle che erano le caratteristiche del Made in Italy: una supremazia riconosciutaci non solo per il design inimitabile e l'innegabile gusto negli allestimenti interni, ma anche per le soluzioni ingegneristiche e tecnologiche adottate.
Ecco alcuni esempi: il Saturnia ed il gemello Vulcania, navi varate a Monfalcone rispettivamente nel 1925 e nel 1926, hanno rappresentato una svolta nello stile architettonico e nell'arredamento passando dal Liberty ad un gusto più razionale e moderno, anche se ancora fortemente classicheggiante. Prime al mondo, queste navi si distinguevano per un nuovo e più moderno disegno dello scafo e dello skyline, caratterizzato da un unico fumaiolo particolarmente basso. Si giunge così agli anni '30, anni gloriosi caratterizzati dallo splendore del Rex e del Conte di Savoia, i più grandi transatlantici mai posseduti dalla flotta italiana. Sono nomi che da sempre colpiscono la nostra immaginazione: il Rex è forse il più famoso, il più sognato, il più iconografico transatlantico italiano, una leggenda resa immortale da Fellini nel suo film "Amarcord". Il Rex era un super-liner da 50.000 tonnellate con dodici ponti, il top del lusso e dell'eleganza, l'ammiraglia cui sarebbe spettato il ruolo di portabandiera dell'Italia, simbolo dello stile italiano e della qualità del Made in Italy. Costruito a Genova Sestri per l'utilizzo nella prestigiosa rotta verso New York, ha legato il suo nome alla conquista del Nastro Azzurro, battendo nel 1933 il record della traversata Gibilterra - New York compiuta in 4 giorni e 13 ore, ad una velocità media compresa tra le 28,5 e le 30 miglia orarie.
La stagione d'oro dei transatlantici inizia il suo declino con la fine del secondo conflitto mondiale, sebbene ancora dopo la guerra siano stati varati gli ultimi splendidi liners. In Italia, dal cantiere di Genova Sestri uscivano nel 1951 l'Andrea Doria, nel 1953 la Cristoforo Colombo, navi dotate di aria condizionata in tutte le classi e di ogni comfort allora concepibile per intrattenere il passeggero e rendere gradevole la sua permanenza a bordo. D'altra parte la concorrenza del mezzo aereo, imbattibile quanto a tempi di percorrenza, toglieva sempre più clienti ai transatlantici, determinando da parte delle Compagnie di Navigazione l'ultimo tentativo di contrastarne il declino realizzando navi ancora più imponenti, veloci, ricche e sfarzose.
Impossibile quindi non citare quelle che erano considerate due cattedrali del mare, la Michelangelo e la Raffaello,realizzate nella prima metà degli anni '60, navi capaci di 30 nodi di velocità grazie agli oltre 100.000 cavalli di potenza ed in grado di trasportare 1.800 passeggeri suddivisi in tre classi. Ma vanno senz'altro ricordate anche la Federico Costa e la Eugenio Costa, splendidi transatlantici trasformati poi in vere e proprie navi da crociera, che rappresentano il legame tra passato e presente per aver favorito la nascita di un nuovo business: quello della crociera intesa come svago fine a se stesso.
Ma bisogna attendere gli anni '80 affinché il business delle crociere decolli. Quelli, infatti, sono gli anni delle nuove realizzazioni, l'epoca di navi radicalmente nuove rispetto ai liners dell'epoca d'oro, nuove navi indirizzate a nuovi mercati, con l'affermazione definitiva del carattere turistico della crociera : in sostanza, il passaggio dal "trasporto dei passeggeri alla maggiore velocità possibile", al "diporto" consentito dall'evoluzione della società, con diffuso benessere economico, sufficiente tempo libero, necessità di ricostruzione psico-fisica, rivalutazione del mare.
Oggi la nave da crociera moderna ha perso la "vernice" e l'aspetto della nave veloce fatta per solcare i mari unendo due punti, in tutte le stagioni, anche le più tempestose, per diventare un albergo di lusso ed un "villaggio vacanze" galleggiante che naviga in mari azzurri e tranquilli.
Fincantieri è stata fra i primi a cogliere la nuova tendenza proponendosi sul mercato come costruttore di unità da crociera sin dalla fine degli anni '80, facendo valere proprio l'esperienza ed il prestigio acquisiti nei decenni precedenti come costruttore di transatlantici.
Con la consegna nel 1990 della Crown Princess, la società ha mostrato subito un'attitudine profondamente innovatrice, capace di creare, dopo 25 anni dalla realizzazione della Eugenio Costa, una nave da tutti considerata capostipite di una nuova generazione di navi passeggeri. La Crown Princess (70.000 tsl), è forse una delle più belle navi dei nostri tempi con il suo skyline da delfino, forma emotivamente collegata al mare disegnata da Renzo Piano.
Da quella nave l'evoluzione in termini tecnologici è stata notevole; basti pensare che in poco più di un decennio i tempi di realizzazione di una unità da crociera si sono pressoché dimezzati, passando dai trenta mesi della "Crown Princess" ai sedici mesi delle più recenti costruzioni, di dimensioni ben maggiori. Le navi sono inoltre sempre più grandi rispetto al passato; la crescita dimensionale ha condotto alle estremizzazione della stazza passata in un decennio dalle 60-70.000 tonnellate alle oltre 100.000 tonnellate. E Fincantieri, nel 1996, è stato il primo costruttore al mondo a superare la soglia delle 100.000 tonnellate di stazza con la Carnival Destiny, un vero e proprio gigante del mare se paragonata alle 46.000 tsl della Michelangelo.
Oggi a Fincantieri si riconosce di aver costruito alcune fra le navi da crociera più belle e prestigiose del mondo. Dalle prime unità per Costa Crociere, la Costa Classica e la Costa Romantica, fino alla Grand Princess che nel 1998, quando venne consegnata alla società armatrice inglese P&O, regalò un nuovo primato a Fincantieri e all'Italia: con 109.000 tonnellate era la nave da crociera più grande ad attraversare i mari del mondo, una meravigliosa città galleggiante interamente costruita negli stabilimenti di casa nostra.
Dal 1990 ad oggi sono passati tredici anni, tredici anni di sfide continue, una corsa continua a superare se stessi. Gli uomini e le donne di Fincantieri hanno saputo far confluire le diverse esperienze e le diverse tecnologie in un unico crogiuolo, hanno recuperato e riconvertito in competitività e valore aggiunto per l'azienda e per il Paese tutta la sapienza marinara tramandata negli anni.
Così che oggi, con 28 navi costruite e 9 da costruire per un valore complessivo di quasi 13 miliardi di dollari, la Fincantieri ha avuto ed ha un ruolo importante non solo nella valorizzazione dello stile italiano nel mondo, ma anche per la nostra bilancia dei pagamenti. Vorrei ricordare che ho avuto il piacere di sottolineare al Presidente della Repubblica Ciampi che grazie a queste navi da crociera, che vengono tutte inaugurate negli Stati Uniti, l'inno di Mameli viene suonato tre volte all'anno nei vari porti americani e questo succede da tredici anni. Se si può affidare ad un'immagine la sintesi delle nostre realizzazioni, mettendo le nostre navi una dietro l'altra si formerebbe una fila di quasi dieci chilometri di tecnologia e lusso.
Le navi da crociera da noi realizzate attraversano i mari e gli oceani dell'intero pianeta; con loro uomini e donne riscoprono la gioia di sognare e divertirsi, ma spesso scoprono per la prima volta le capacità realizzative dell'Italia. Clienti come Costa Crociere, Carnival Cruise Lines, Holland American Line e Princess Cruises sanno di poter contare su un sistema di costruzione integrato che si avvale, oltre che dei più avanzati procedimenti industriali, di un vero e proprio "sistema" di fornitori - oltre 700 - che realizzano arredi, servizi ed ambienti con la cura della nostra migliore tradizione artigianale e la classe di un design tutto italiano. In effetti, ognuna di questi navi ha un duplice volto: uno, di pura tecnologia nascosto agli occhi dei più, l'altro quello che vedono i passeggeri è quanto di più sfarzoso e funzionale si possa immaginare. Come se si trattasse di una nave dentro l'altra, che forma l'equivalente di una cittadina da 5 mila abitanti (tra passeggeri ed equipaggio), completamente autosufficiente, servita da potenze elettriche in grado di alimentare a terra conglomerati urbani 10 volte più grandi.
A breve nuove navi lasceranno gli stabilimenti di Monfalcone, Marghera e Genova Sestri per far sognare ancora i passeggeri di tutto il mondo. Tra le unità che stiamo realizzando, vorrei sottolineare quelle per la Costa Crociere: la Costa Magica e la Costa Fortuna, nuove ammiraglie della flotta; con le loro 105.000 tonnellate di stazza saranno le più grandi navi passeggeri della storia italiana, realizzate a Genova Sestri dopo oltre 35 anni dal mitico transatlantico Michelangelo.
Grazie ad un uso sapiente del suo passato e della sua esperienza, Fincantieri ha costruito navi che tuttora influenzano quelle di oggi ed ispireranno quelle di domani. La sua creatività unita alla capacità ingegneristica ha permesso la nascita di navi tecnologicamente sofisticate, con splendide aree pubbliche caratterizzate da soluzioni, materiali e rifiniture di altissimo livello. Attualmente Fincantieri è impegnata a costruirsi un futuro solido che valorizzi al massimo questo patrimonio ricco di storia e tecnologia.
Aver conquistato la leadership mondiale nel comparto delle navi da crociera con una quota di mercato del 51% costituisce un primato che ha davvero pochi confronti: la metà delle navi da crociera oggi in costruzione nel mondo usciranno dai nostri cantieri.
Credo di poter dire che siamo una delle poche grandi realtà industriali italiane che abbiano la leadership mondiale nel proprio segmento di mercato.
E questo certamente non a caso: il gusto, la qualità e le alte tecnologie messe in campo dalla nostra industria hanno costituito un grande valore aggiunto, indispensabile in un prodotto "globale" come la nave da crociera, dove la lista passeggeri è costituita da persone culturalmente diverse, ma senz'altro unite nel considerare il nostro un prodotto raffinato ed inimitabile, che trascende ed abbatte le barriere del gusto e della cultura.
Per questi motivi Fincantieri è stata recentemente premiata a Londra con duplice motivazione: per il grande contributo reso allo sviluppo dell'industria cantieristica mondiale e per quella che è stata definita "la nave da crociera dell'anno", la Carnival Conquest, consegnata nell'ottobre scorso, che è un po' il paradigma delle nostre realizzazioni.
La missione del Comitato Leonardo dimostra la volontà di promuovere l'Italia come sistema paese. Ebbene, credo che le nostre navi rappresentino degli splendidi "ambasciatori" nel mondo, testimonianza diretta di quelle doti di imprenditorialità, creatività artistica, raffinatezza e cultura che da sempre ci contraddistinguono. Grazie.
Philippe Daverio: caro Presidente, io credo di poter interpretare il pensiero di quasi tutti i presenti, nel senso che l'intervento dell'Ing. Corrado Antonini ci ha dato un senso di fierezza e un buonumore che ogni tanto ci tornano utili. Le cifre che ci ha fornito sono significative e ne siamo venuti fuori con un senso di profonda soddisfazione e di fiducia. Vorrei aggiungere una considerazione: queste grandi imprese di solito sono grandi imprese per via della loro Presidenza, ma non sempre è così. Nel caso specifico in modo particolare perché l'Ing. Corrado Antonini ha saputo combinare la capacità di gestire e quella di intuire, infatti la nave che lui si immagina è l'Italia di domani che mi immagino io. Un luogo dove si possa combinare una altissima qualità della vita e un buon livello di lusso. Infine ci dà queste indicazioni da ingegnere, alla Leonardo che era tendenzialmente un ingegnere idraulico. Possiamo così passare all'intervento di un altro ingegnere, quello del Prof. Adriano De Maio, che ho conosciuto come Rettore del Politecnico e che ritrovo come Rettore della Luiss.
"LA MODA ITALIANA COME FATTORE DI INNOVAZIONE "
DI ADRIANO DE MAIO, RETTORE UNIVERSITÀ LUISS GUIDO CARLI
Grazie di avermi invitato. Per me è un particolare piacere trovarmi qui, sia per il Comitato Leonardo sia per mantenere quel filo rosso di collegamento tra Roma e Milano che cerco per quanto possibile di personificare.
Io vorrei richiamare alcuni elementi, non fornendo dati ma solo alcune idee. Del resto parlando in rappresentanza del sistema universitario, noi siamo a monte delle navi, siamo a monte del design delle autovetture, delle scarpe, dell'alimentare, perché tentiamo di produrre al meglio sapere, conoscenza, ricerca. Una prima considerazione è che in un certo senso il Comitato Leonardo ha anticipato la Dichiarazione di Lisbona per la competitività dell'Europa. Essa ha posto infatti come primo elemento per essere competitivi lo sviluppo dell'innovazione, delle conoscenze, di un sistema che punta fondamentalmente sul sapere, sulla formazione e sulla ricerca. Questo è uno dei motivi per cui mi fa molto piacere avere il privilegio di essere qui. L'altra questione è proprio Leonardo. Se vogliamo Leonardo è una miscela di altissima creatività con un gusto della innovazione tecnologica. Ad esempio noi non possiamo godere di alcune opere pittoriche di Leonardo perché, volendo egli a tutti i costi sperimentare nuove tecniche e nuovi materiali, a volte esse subivano un degrado che ha portato anche alla loro scomparsa. Del resto molti problemi che si hanno per la conservazione dell'Ultima Cena sono legati a questa sua costante innovazione sui materiali. Quindi la sua innovazione non era soltanto di tipo artistico. Questa connessione tra creatività e tecnologia è una connessione che a mio avviso è sempre più marcata ed è un elemento su cui occorre riflettere. Chi si occupa di gestione della ricerca e della formazione è sempre alla caccia di metodi che permettano di anticipare i bisogni, le nuove esigenze di preparazione e i campi di ricerca più promettenti. Ebbene di recente ho iniziato a collaborare con un gruppo transoceanico che deve elaborare un'analisi su quelle che possono essere le previsioni nei campi della ricerca, della scienza e della tecnologia. Come primo elemento si evidenziano i cosiddetti Research Drivers, cioè le motivazioni che spingono ad andare a fare ricerca in alcuni campi. Sono tre i macrocampi proposti nel documento di partenza: la sostenibilità ambientale, la salute e la competitività di una certa comunità, di un certo territorio. Per quanto riguarda questo ultimo punto uno degli elementi fondamentali è capire quali sono i punti distintivi di forza, le unicità di una comunità, di un paese, di una cultura, in grado mantenere o aumentare il suo grado di competitività.
Ecco perché ho voluto intitolare così il mio intervento, perché uno degli elementi più interessanti su cui possiamo puntare, essendo sufficientemente unici, è il settore della moda in senso lato. La moda che non è soltanto il tessile ma anche il design e tutta una serie di altri elementi particolarmente interessanti. Se noi vogliamo mantenere questo primato cominciamo a considerare che cosa esso implichi in termini di attività di ricerca e di formazione. Perché non è più soltanto una questione di estemporaneità, non è sufficiente l'elemento artistico, esso è necessario ma non sufficiente. Allora richiamiamoci a Leonardo, che oltre ad essere un grande artista era un grande ingegnere, un grande tecnologo. Era qualcuno che accoppiava l'elemento artistico in senso estetico con la capacità di invenzione, di ricerca, di sviluppo di alto livello tecnologico. Allora nella mia passata esperienza al Politecnico, ad esempio, è stato molto divertente proporre questo quesito: come si fa a proporre un foulard unico per il signor X o la signora Y ad un prezzo accettabile? Questo è un fatto esclusivamente tecnologico. Per cui combinando alcuni materiali con un processo produttivo trasferito dai processi delle stampanti di calcolatore, è possibile produrre dei foulard in limitatissima serie ad un prezzo ragionevole. Potrei citare tantissimi altri esempi. Riuscire ad accoppiare questi due elementi estremamente importanti, a mio avviso è un fatto di grandissima rilevanza per la competitività del nostro territorio e del nostro Paese. Un ulteriore cenno prima di una osservazione finale riguarda un altro aspetto già sollevato negli interventi precedenti, un Made in Italy nato magari qualche migliaio di anni fa: il patrimonio culturale. Anche questo è un elemento di assoluta unicità. Allora chiediamoci quanto sia importante per il mantenimento e la valorizzazione del patrimonio culturale del nostro Paese l'attività di ricerca e formazione. La mia osservazione conclusiva è quindi la seguente: dove sta il punto debole? Esso sta nel fatto che tutti questi elementi richiedono una profonda integrazione di culture diverse. Richiedono la necessità di "fare squadra", di integrare saperi, approcci, intelligenze nate in diversi ambienti, che utilizzano linguaggi diversi, vedono il mondo sotto particolari aspetti. Noi siamo bravissimi quando capita, ma capita raramente, un Leonardo che da solo integra tanti settori. Quando dobbiamo integrare e far squadra in cento persone siamo un pochino più deboli. Allora penso che l'impegno di tutti quanti noi, ed io così ho vissuto la mia presenza qui al Convegno del Comitato Leonardo, è di lanciare questo grande messaggio positivo ed ottimistico: "abbiamo tutti quanti gli elementi, facciamo squadra che vinciamo". Grazie.
Philippe Daverio: grazie Rettore. Anche la sua visione complessiva è positiva. Devo dire che se riusciamo a mantenere gli interventi sostanzialmente fiduciosi in una situazione che si profila anche in futuro non sempre rosea, avere un atteggiamento fiducioso è già il primo passo per andare avanti. In questo senso devo dire che l'intervento di Adriano De Maio è molto significativo perché lui non ha parlato della moda ma del "modo della moda", cioè di che cosa sta a monte. Quando sento che i Cantieri del Veneto stanno di nuovo conquistando il mondo mi fa un profondo piacere non tanto per il mio amore per Venezia ma perché ho sempre sofferto di una notizia storica drammatica. Quando Pietro il Grande decise di aprire la Russia all'Europa istituì una sua ambasceria: trecento persone attraversarono l'Europa per andare a studiare in incognito cos'era l'Europa. Andarono a Venezia però lui andò ad imparare poi nei cantieri olandesi. Prese lì le sue informazioni mentre duecento anni prima l'avrebbe prese a Venezia. Se Pietro il Grande tornasse credo che oggi tornerebbe a Venezia, non andrebbe più in Olanda. Questo è un recupero del patrimonio storico che è la nostra profonda ricchezza. All'inizio del XX secolo si diceva, si dice ancora oggi ogni tanto, che il patrimonio culturale italiano rappresentasse il 70 % del patrimonio mondiale. E' sicuramente una stima un po' esagerata. Poi durante il XX secolo un po' del nostro patrimonio è stato sciupato ed anche gli altri hanno accresciuto il proprio, ma tuttora il patrimonio culturale italiano è tra i più importanti del mondo. Riutilizzarlo come leva d'inventiva per fare il "modo della moda" mi sembra un percorso molto preciso. In questo senso abbiamo ora l'intervento di un altro Professore universitario, Joseph La Palombara, un vero signore di Chicago, che ha riscoperto i suoi legami con l'Italia facendo alcune analisi di una precisione incredibile.
IL "MADE IN ITALY" NEGLI STATI UNITI: DALLA PRESENZA OCCASIONALE ALL'OCCUPAZIONE PERMANENTE
DI JOSEPH LA PALOMBARA, PROFESSORE DI SCIENZE POLITICHE E DI MANAGEMENT PRESSO L"UNIVERSITA' DI YALE
Sono molto onorato di partecipare a questa riunione e di portarvi qualche mia testimonianza sul Made in Italy. A me sembra che questa celebrazione dei prodotti e dei servizi Made in Italy non avrebbe potuto svolgersi in un momento più opportuno. E' vero che in tutto il mondo oggi i mercati ristagnano, anche se da questa condizione prima o poi si riprenderanno. Ma all'orizzonte dell'economia si scorge anche qualche cosa di nuovo, che tutti paesi industriali avanzati farebbero bene a valutare con grande attenzione. Questo qualcosa di nuovo è il numero sempre maggiore di paesi cosiddetti meno sviluppati che fanno sentire la propria presenza sui mercati mondiali. Nei prossimi decenni li vedremo competere con successo anche nei settori dei prodotti ad alto valore aggiunto.
In questo scenario futuro, i mercati nazionali - sempre che continuino a restare aperti, anzi si aprano sempre di più - si troveranno di fronte a una concorrenza sempre più intensa. Per questo motivo, le iniziative concertate - come quelle promosse dal Comitato Leonardo - saranno sempre più necessarie per conservare e allargare la quota che ciascun paese detiene del mercato globale.
Personalmente, credo che l'Italia, malgrado certe sue debolezze in alcuni settori a tecnologia medio-alta e alta, sia perfettamente in grado di affrontare le sfide del futuro. Lo dico perché nel corso della mia vita sono stato personalmente testimone, con grande ammirazione, dell'abilità con cui gli imprenditori italiani, sia del settore privato che di quello pubblico, hanno saputo gettare per così dire delle "teste di ponte" sui mercati esteri, per poi consolidarvi una presenza duratura.
Debbo dire che si tratta di un fenomeno abbastanza recente: negli anni della mia giovinezza, la presenza italiana all'estero era occasionale. A quel tempo, tutt'al più le esportazioni italiane negli Stati Uniti erano dirette alle "Little Italy" di centri urbani come Chicago, la mia città natale. Né l'etichetta "Made in Italy" aveva niente di magico o di straordinario. Soltanto una piccola fetta, un'élite della società americana conosceva e apprezzava la bellezza dei marmi e delle ceramiche provenienti dall'Italia, lo splendore delle sue creazioni sartoriali o la varietà sbalorditiva della sua cucina.
Fu dopo la seconda guerra mondiale che le teste di ponte del "Made in Italy" cominciarono ad affermarsi. Gli americani cominciarono a venire in Italia a ondate: prima gli imprenditori e i manager dell'industria, poi migliaia di militari, centinaia di studenti come me, e naturalmente milioni di turisti. L'Italia, che io conobbi per la prima volta più di cinquant'anni fa, si trovava appena sulla soglia dei tanti "miracoli economici" che si sono susseguiti da allora. Quei cosiddetti miracoli hanno poi trovato il loro coronamento nel famoso "sorpasso" avvenuto non molti anni or sono. Quel fenomeno ha fatto finalmente comprendere agli interessati che ormai l'Italia era diventata una grande potenza industriale perfettamente in grado di competere a ogni livello sui mercati di tutto il mondo.
E sono state proprio le molteplici attrattive del "Made in Italy" a rendere possibile il famoso sorpasso. Sul mercato americano, ma anche su quelli europei, le prime teste di ponte erano state stabilite, ed è comprensibile, da imprese che rappresentavano settori industriali e commerciali in cui l'Italia già godeva di un forte vantaggio competitivo. Penso ai prodotti alimentari, ai vini, al turismo e naturalmente all'alta moda.
La rivista "Italy Italy", con cui collaboro fin dalla sua fondazione, avvenuta vent'anni fa, ha dedicato molto spazio a questi settori dove spiccano la qualità e l'eleganza italiana. Su quelle pagine abbiamo presentato i prodotti gastronomici ed enologici di ogni regione del paese, e strada facendo abbiamo contribuito a distruggere il luogo comune secondo cui il regime alimentare italiano consisteva per lo più di pasta, pizza e pomodori pelati. Abbiamo presentato anche i grandi nomi dell'industria italiana dell'alta moda, fra cui - va da sé - le creazioni della Presidente Laura Biagiotti, che hanno adornato molte volte le pagine della rivista.
Abbiamo però dedicato grande attenzione anche ad aspetti meno noti dell'industria italiana. Perché, come molti di voi certamente sapranno, è stata proprio l'incredibile varietà di prodotti e la loro qualità insuperata ad acuire la consapevolezza che i prodotti del "Made in Italy", spesso immessi sul mercato a prezzi competitivi, sono una combinazione spesso impareggiabile di design innovativo, alta qualità e lunga durata.
Ma le teste di ponte - militari, intellettuali o commerciali che siano - non restano mai immutate nel tempo: o si espandono, oppure sono destinate all'erosione e prima o poi alla scomparsa. Ebbene (e qui prendo come esempio il mercato americano): le case di moda italiane hanno sbaragliato le loro concorrenti francesi, e lo stesso hanno fatto le case vinicole italiane, divenute ormai da molti anni le prime esportatrici negli Stati Uniti e non solo: gli americani hanno capito che gli stessi standard di eccellenza valgono anche per molte altre categorie di prodotti italiani. Tanto per citarne solo alcune, le ceramiche, le apparecchiature sanitarie e idrauliche di ogni tipo, i pensili e gli accessori da cucina, le calzature, i mobili di ogni tipo, i prodotti in pelle destinati a qualsiasi uso, gli arredi e gli accessori per uffici, e così via in un lungo elenco di prodotti industriali e commerciali.
Ma forse più di ogni altra cosa, "Made in Italy" significa genio nel design. In questo settore estetico e funzionale, venuto ad aggiungersi a quello dell'alta moda, Adriano Olivetti si è imposto all'attenzione del pubblico americano con la sua famosa "Lettera 22". Analogamente, Sergio Pininfarina e la sua industria hanno lasciato non pochi americani a bocca aperta, nei primi anni del dopoguerra, dimostrando che era possibile far somigliare il famoso "maggiolino" della Volkswagen ad un'Alfa Romeo - almeno quando stava fermo! Per giunta, ad Aspen, nel Colorado, si svolge regolarmente una celebrazione estiva del design italiano che richiama da ogni parte del mio paese migliaia di persone, e non soltanto gli operatori del settore.
I nomi dell'industria italiana divenuti familiari negli Stati Uniti sono ormai numerosi: non più soltanto Fiat e Pirelli o Ferruzzi, ma tanti altri ancora. Nella comunità imprenditoriale americana, nomi come Nuovo Pignone (poi acquisita dalla General Electric), ENI, ENEL, Enichem, Telecom Italia, Generali, e altri ancora si sono conquistati il riconoscimento e il rispetto che meritano. Nel potente settore petrolifero, ad esempio, se chiedi dove trovare le migliori apparecchiature e il know-how più avanzato in fatto di impianti per le prospezioni off-shore, cioè in acque di profondità abissale, chi se ne intende risponde subito: Saipem S.p.A. Ed è indicativo anche il fatto che una delle principali voci delle esportazioni italiane all'estero sia rappresentata dalle macchine utensili.
A questo punto non si può non aggiungere qualche parola a proposito delle piccole e medie imprese italiane, dei distretti industriali in cui operano e dei consorzi per le esportazioni per il cui tramite queste industrie sono riuscite ad affermare la loro presenza sui mercati internazionali. Questi assetti strutturali costituiscono un altro parto importante dell'inventiva italiana. Sono loro che mettono le imprese italiane in condizione di competere sui mercati mondiali, anche se in Italia - a confronto con altri paesi industrializzati - scarseggiano le multinazionali nel senso consueto del termine. Ebbene, qual è il senso ultimo di questo aspetto dell'attività industriale e commerciale italiana? E' che "piccolo" non è soltanto "bello", ma può essere anche straordinariamente razionale e funzionale.
Prima di concludere queste mie brevi considerazioni vorrei richiamare la vostra attenzione sui grandi successi d'immagine del Made in Italy. Questa etichetta attrae in Italia folte schiere di giapponesi amanti dei gadget e desiderosi di fare il pieno di prodotti italiani. Non solo: ha fatto di distretti industriali come il nordest in fatto di mobili, la costa adriatica in fatto di pelletteria e calzature, la zona di Bergamo e Brescia in fatto di prodotti metalmeccanici di punta, l'invidia degli imprenditori e dei consumatori di tutto il mondo. E questi sono solo alcuni esempi.
Ma chi di noi si reca spesso a Londra deve togliersi il cappello di fronte a un altro successo dell'Italia. Gli italiani che operano nel campo della ristorazione e dell'importazione di prodotti alimentari hanno trasformato quella città, a lungo rimasta una specie di deserto gastronomico, in una delle preferite di chi ama mangiar bene.
Infine una parola sul mercato statunitense, considerato giustamente, come sapete, uno dei più difficili al mondo. Siamo un paese con le dimensioni di un continente, quindi le strategie di commercializzazione che in una regione funzionano, in un'altra possono fallire. I consumatori americani sono esigenti e al tempo stesso volubili: se non sono soddisfatti del loro acquisto, non esitano a rivolgersi altrove. Le normative in materia di ambiente, di cibi e medicinali, di sicurezza dei prodotti sono numerose e intricate, perché imposte sia dal governo federale che da quelli dei vari Stati.
Quanto alla concorrenza, è feroce, addirittura selvaggia, e gli uomini d'affari americani non esitano a servirsi dei loro contatti a livello di burocrazia e di governo, nazionale e statale, per rendere la vita difficile ai loro colleghi stranieri che si sono già affermati, o che tentano di esportare i loro prodotti negli Stati Uniti. A proposito del mercato statunitense, quindi, per gli imprenditori e i rappresentanti commerciali esteri vale lo stesso proverbio che si applica agli americani che dai quattro angoli del paese cercano di stabilirsi a New York: "Se ce la fai qui - se cioè riesci a sopravvivere in questo ambiente - ce la puoi fare dovunque".
Ma l'Italia e i suoi imprenditori non si sono limitati a sopravvivere: sia detto come omaggio sincero all'Italia e ai suoi imprenditori. Tutt'altro: hanno trasformato gli shopping center più eleganti del mio paese - Madison Avenue e la Quinta Strada di New York, Michigan Boulevard a Chicago, Rodeo Drive e Beverly Hills a Los Angeles, il quartiere di Nob Hill a San Francisco - in Little Italy di tipo completamente nuovo, dove per strada si sente parlare soprattutto italiano. Analogamente, non puoi più entrare in un supermercato - neanche nelle zone più isolate degli Stati Uniti - né in una cucina che sfoggia mobili e accessori di buon design, né in qualsiasi grande magazzino di mobili, come IKEA, senza notare subito la presenza del Made in Italy.
In una parola, Made in Italy significa qualità. Io penso che organismi come il Comitato Leonardo, che tanto hanno fatto per rendere possibile questo successo, meriterebbero il Premio Oscar... naturalmente purché la statuetta fosse una creazione del design italiano! Grazie.
Philippe Daverio: Grazie per la testimonianza, che immaginavamo su questa linea ma che è stata particolarmente precisa e pregnante in questo momento. Questo grande percorso del Made in Italy si fonda sull'impresa e su un'impresa spesso attorno ad una singola persona o idea e nella capacità di essere totalmente eccentrici nell'inventare questa idea. Abbiamo un esempio molto preciso, che è Mario Moretti Polegato, veneto, che ha tradito una tradizione di famiglia per avviare un'azienda nuova. E' uscito dal vino ed è entrato nel settore delle calzature.
"IL MARCHIO MADE IN ITALY È ANCORA COMPETITIVO NEL MONDO?"
DI MARIO MORETTI POLEGATO, PRESIDENTE GRUPPO GEOX
Innanzitutto un saluto alle autorità presenti e ai colleghi. E' un onore per me essere qui a Roma oggi, a raccontare la storia della mia azienda e di quello che sono riuscito a fare in pochissimi anni. Il quesito che oggi noi imprenditori ci poniamo è di verificare se questo Made in Italy, vanto del nostro prodotto italiano, possa essere ancora valido nel futuro. Siamo in un momento di crisi, determinata da fattori contingenti, da una sovraofferta di prodotto nel mercato e soprattutto da fattori di turbolenza che ripetutamente disturbano il mercato. A mio giudizio questi momenti critici del mercato nel futuro possono anche peggiorare. Tenendo presente soprattutto che siamo alle porte dell'apertura della Cina al libero mercato, quindi molti dei nostri prodotti dovranno affrontare una competizione ancora superiore. Abbiamo poi la situazione dei paesi in via di sviluppo, li abbiamo aiutati ad uscire dalla loro crisi e adesso sono altrettanto pronti ad invadere i mercati. Siamo nella civiltà dei computer, di internet, in cui noi riusciamo a sapere rapidamente tutto di tutti. Io ritengo che gli schemi industriali del passato sono superati, forse sono superati anche quelli che le aziende italiane stanno adottando in questo momento e quindi l'Italia si deve rilanciare. L'Italia e tutta l'Europa dovrà progettare quella che sarà l'industria del futuro, l'industria che non inquina, l'industria intelligente. Da noi non ci sarà più spazio per fare le grandi imprese, le acciaierie, le industrie pesanti. Al contrario succederà quello che è successo in America 10-15 anni fa: rimarrà il cuore dell'azienda, la parte della ricerca, dello studio, la parte commerciale e tutto il business dell'azienda. La delocalizzazione della trasformazione del prodotto sarà un processo inevitabile, anche perché se noi italiani abbiamo delocalizzato molto in certi paesi, ad esempio in Romania, dobbiamo tenere presente che i nostri partner europei hanno fatto altrettanto. E' vero infatti che noi italiani siamo al quinto posto a livello di investimenti in Romania, prima di noi ci sono Germania, Olanda, Francia e Corea.
Il caso Geox. E' una storia incredibile. Una storia che è quasi un sogno e che io ho potuto vivere da vicino. Io provengo da una famiglia di produttori di vino di Treviso. La mia famiglia da tre generazioni produce vino. Siamo tuttora leader nella produzione di vino Prosecco con i marchi La Gioiosa, Villa Sandi, produciamo circa 17 milioni di bottiglie. Il 50% di questo prodotto va all'esportazione. Un giorno, circa dieci anni fa, mi trovavo in America, a Reno, il paese dei cow boy. Finito questo momento di lavoro, ho cercato nella mia valigia un vecchio paio di scarpe sportive, con la suola di gomma. Prendendo in mano queste scarpe ho pensato: "Ma perché ogni volta che devo usare le scarpe con la suola di gomma devo soffrire?". Ho cercato un coltello e ho fatto un foro nella suola destra, uno nella suola sinistra, pensando 'in questa maniera il calore può uscire'. Tornato in Italia, io che di scarpe non ne sapevo nulla, ho cercato nei negozi delle scarpe con le suole di gomma capaci di respirare e non avendole trovate mi son chiesto: "Ma è possibile che mai nessuno abbia risolto questo problema?". In realtà per il buco passava il calore, il sudore, ma anche l'acqua. Quindi da una ricerca ho scoperto che in America, per le tute degli astronauti venivano usati dei materiali speciali, definiti membrane. Questi materiali sono dotati di milioni di piccoli canali, più piccoli della goccia d'acqua, con il risultato che l'acqua non passa. Il vapore che noi generiamo è settecento volte più piccolo dell'acqua ed esso passa. La membrana è impermeabile e traspirante. Con due elementi, una suola di gomma forata e una membrana messa nella parte interna ho chiesto ed ottenuto un brevetto che mi è stato riconosciuto in più di cento paesi al mondo. Addirittura in America questo brevetto è stato definito dall'ufficio brevetti di Washington un brevetto di utilità. Ci sono diverse categorie di brevetti: il brevetto semplice, il brevetto di utilità. Gli americani, agli inventori di un brevetto di utilità, riservano un trattamento speciale. Mi hanno offerto di poter rimanere i America, di aver un passaporto americano, di avere una pensione in America ed anche una casa. Ho detto di no, me ne torno in Italia perché il mio lavoro doveva essere nel vino. Ho speso tre anni per la ricerca, ho bussato alle porte dei più grandi produttori del mondo di scarpe, presso delle aziende italiane ed estere, addirittura presso l'americana Nike, ma nessuno l'ha capito. Tre anni più tardi, anziché prendere questo progetto e gettarlo mi sono messo io a fare impresa. Sono partito sette anni fa circa con la collaborazione di cinque persone, dopo sette anni siamo in 5.000. Siamo partiti senza vendere un paio di scarpe, oggi ne produciamo e vendiamo più di sei milioni e mezzo. Geox è divenuta la prima azienda italiana nel settore delle scarpe comfort ed ottava nelle graduatorie mondiali. Prima di noi ci sono la Clarck's, la Timberland, la Ecco e noi siamo all'ottavo posto. E ogni anno cresciamo del 40-50%. Siamo presenti già in 55 paesi al mondo ma questo non sarebbe nulla se pensate che il 90% dell'umanità usa scarpe con le suole di gomma e tutte queste scarpe nel futuro devono essere cambiate, per un problema di igiene personale. Io tra l'altro sono stato nominato imprenditore dell'anno dalla Borsa italiana, Ernest Young ed il Sole 24 Ore. Questo fine settimana partecipo a Montecarlo alla finale per l'imprenditore mondiale. Accanto a questa esperienza, che è un'esperienza veramente importante, anche per il nostro Made in Italy, perché in fin dei conti esporto Made in Italy, io mi sento di fare una riflessione su quello che è il sistema Italia. Io penso che nel rilancio della nuova impresa italiana noi dobbiamo investire di più nella formazione, nella ricerca e nell'innovazione. Il 4,6% dei nostri lavoratori partecipa a corsi di formazione sul lavoro mentre in Europa si ha una percentuale doppia. Per quanto riguarda le spese per la ricerca, esse sono in Italia l'1,7% del PIL in confronto all'1,93 in Europa. Infine l'innovazione: l'Italia, quinto paese più ricco al mondo, si trova al 23° posto per l'uso delle tecnologie. Cosa si deve fare ancora nel futuro? Sicuramente si deve fare più cultura scientifica nel nostro Paese. La mia esperienza è stata quella che abbiamo introdotto le scuole all'interno dell'azienda. Abbiamo quattro scuole, scuole per i tecnici, scuole per i manager, scuole per i top manager ed infine la scuola per i neolaureati. Quest'anno c'è stato un corso, abbiamo avuto tremila domande, da laureati in ingegneria, in chimica, in economia, da varie parti del mondo. Abbiamo selezionato venti ragazzi e ogni giorno questi ragazzi hanno quattro ore di teoria e quattro di pratica, vengono assistiti nelle ore di pratica da un tutor e, dopo un periodo di sei mesi, noi riusciamo a trasmettere loro il DNA dell'azienda. Già oggi, finito questo corso, qualcuno di loro è a Città del Messico o in Canada o a Hong Kong, dove abbiamo delle nostre filiali. Logicamente questo lavoro non dovrebbe essere fatto dall'impresa privata ma dalla scuola. Noi imprenditori soffriamo per questo. Abbiamo la scuola che opera lontano dall'impresa. Quindi ci auguriamo nel futuro che ci sia un rapporto più intimo fra scuola e università. Attendiamo inoltre delle leggi più favorevoli. Io la ricerca l'ho fatta con i miei mezzi però sicuramente se vogliamo rilanciare il Made in Italy dobbiamo contare sull'appoggio dello Stato. Quindi leggi con sgravi fiscali che premiano chi vuol far ricerca. Successivamente nell'industria del domani e per mantenere alto il Made in Italy l'atteggiamento dell'imprenditore italiano deve cambiare. Oggi le imprese di successo a livello mondiale sono quelle che introducono il gioco di squadra. Io l'ho fatto per la mia esperienza, è quanto si fa in America. In questa maniera noi evitiamo dei conflitti con tante aziende, soprattutto nel mercato americano, in cui ci troviamo in difficoltà a gestire i rapporti. Poi c'è l'uso dei brevetti. Non basta avere idee. L'Italia è il paese delle idee. Se uno viene dall'aeroporto di Fiumicino vede quei grandi palazzi mussoliniani dove c'è scritto "l'Italia é un Paese di poeti, di navigatori e di inventori". Quindi creare l'abbiamo nel nostro DNA. Bisogna però appropriarsi dell'idea. Lo strumento per appropriarsi dell'idea è l'uso di brevetti. Noi siamo al penultimo posto in Europa nell'uso di brevetti, e questa è una vergogna. Perché la scuola non ci ha insegnato a ragionare in questa maniera, perché la società non ci ha insegnato a ragionare così. Per finire, ci si chiede cosa si deve fare ancora nel nostro Paese. In questi giorni in un mio intervento alla Confindustria di Salerno, in un incontro a cui ho partecipato in qualità di membro di Giunta di Confindustria, carica di cui sono onorato, ho dato questo messaggio: "abbiamo tanti giovani in Italia, al Nord come al Sud, in particolare al Sud. I giovani costituiscono il petrolio del nostro Paese. Il nostro Paese deve puntare su questi giovani, deve finanziarli e soprattutto deve incentivarli a creare". Anche perché nel creare l'Italia non é seconda a nessuno. Abbiamo una storia che ci fa pensare che possiamo fare tantissime cose. E quando pensiamo alla creazione, essa può essere interpretata anche da un semplice ristoratore, come prima è stato accennato, da questi famosi ristoratori che hanno reso noto il Made in Italy nel mondo. Noi in Italia abbiamo l'Università della cucina e qualsiasi ristoratore che inventa un piatto lo potrebbe registrare. Io penso che l'idea può valere più di una fabbrica. L'Italia è la fabbrica delle idee e, lo ripeto ancora, noi non siamo secondi a nessuno. Grazie.
Philippe Daverio: la Presidente è stata entusiasta dell'intervento di Mario Moretti Polegato, anche per la sua energia, per la sua voglia di guardare al futuro ed ai giovani. Io ho fatto anche un'altra riflessione durante il suo intervento: la chiave che lo ha mosso, cioè le caratteristiche di creatività erano sue proprie, la tendenza all'eccentricità cioè abbandonare una strada stabilita per una nuova era caratteriale, ma la molla finale è molto italiana cioè l'amore per la qualità della vita. Solo chi è spinto verso l'idea della qualità della vita diventa innovativo perché rompe le catene del conformismo. E le rompe nella direzione della qualità della vita. E' un po' quello che appare come chiave trasversale dell'attuale creatività italiana. In questo senso, rispetto alla qualità della vita e a quella dell'ambiente credo che sia molto interessante la testimonianza di José Rallo, la quale è un'ottima cantante però oggi ha perso la voce. Farà un intervento molto sottotono vocale ma non nel contenuto, perché rappresenta un pezzo importante della storia attuale della Sicilia.
DONNAFUGATA E LA QUALITÀ ESTREMA
DI JOSÉ RALLO
Grazie, spero di arrivare alla fine di questo intervento.
Sono José Rallo e rappresento Donnafugata, l'azienda di famiglia per la quale lavoro ormai da oltre 10 anni. Questa testimonianza vuol prendere spunto da una premessa che è anche un quadro di riferimento.
Il settore vitivinicolo, nel quale opero, con particolare riferimento al vino di qualità, rappresenta un volano per la tutela dell'ambiente, per lo sviluppo turistico del territorio, per la crescita occupazionale e per il miglioramento della redditività di tutto il comparto agro-alimentare.
Con il suo forte orientamento all'export, inoltre, il settore vitivinicolo rappresenta un veicolo primario dell'immagine del Made in Italy nel mondo. Oggi in Sicilia il settore vitivinicolo appare il comparto più importante e dinamico dell'intero sistema agro-alimentare. La nostra isola viene considerata sempre più una regione emergente dal punto di vista qualitativo. Penso che la mia azienda, Donnafugata, si inserisca a pieno titolo in questo rinascimento del vino di Sicilia.
Donnafugata nasce in Sicilia da una famiglia che ha sempre creduto nelle straordinarie potenzialità enologiche della propria terra e che conta 150 anni di esperienza nel vino di qualità. Un'avventura che prende l'avvio dalle storiche cantine di famiglia sorte a Marsala nel 1851 e dalle vigne sulle colline di Contessa Entellina nel cuore della Sicilia occidentale, per approdare anche sull'isola vulcanica di Pantelleria. Oggi Donnafugata accelera il passo sulla strada della qualità estrema: un progetto che punta alla cura dei particolari in tutti gli aspetti della vita aziendale. Un progetto che persegue obiettivi qualitativi sempre più elevati, rendendo più sofisticato e rigoroso il sistema di controllo del processo produttivo e adottando una politica di investimenti significativi. Il percorso per il conseguimento della qualità, pur sembrando noto e collaudato, in realtà non conosce mai traguardi definitivi. Considerando da un canto un consumatore sempre più attento ed esigente e d'altro canto l'evoluzione continua del know-how a disposizione del produttore, i confini della qualità vengono ridefiniti continuamente. In un'azienda che produce vini di fascia alta, qualità estrema significa in prima istanza viticoltura mirata ed enologia di precisione.
Viticoltura mirata, in un contesto di grande generosità, quale la Sicilia, ha significato ad esempio la riduzione significativa delle rese per pianta al fine di ottenere uve con una concentrazione adeguata in termini di zuccheri, aromi, polifenoli e quant'altro possa valere ai fini della struttura e della complessità dei vino. Viticoltura mirata significa anche controllo della qualità e quindi studio analitico e comparativo dei dati statistici inerenti l'andamento climatico piuttosto che la maturazione delle uve, ma soprattutto significa massima attenzione all'interazione della vigna con l'ambiente per il raggiungimento del più idoneo equilibrio fisiologico della pianta. Enologia di Precisione vuol dire degustazioni continue e sistematiche dei mosti in fermentazione, dei vini in affinamento in vasca ed in barriques, prima e dopo l'imbottigliamento. I risultati dell'esame organolettico, al fine poi di completare il giudizio qualitativo vengono supportati dai dati analitici forniti dal laboratorio per il controllo qualità.
In cantina inoltre la scelta delle tecnologie è orientata a quelle più avanzate e più rispettose delle qualità organolettiche dei nostri vini.
Sono le scelte dell'uomo che determinano la qualità del prodotto finito e soprattutto la sua accettazione da parte del mercato finale.
Territorio, vitigni autoctoni, storia e tradizione familiare, sono tanto, ma possono essere anche poco se non c'è l'orientamento al mercato.
Orientamento al mercato che non deve necessariamente significare omologazione dei vini e dei prodotti, quanto piuttosto comunicazione efficace di quelle differenze che rendono tipico ed unico ogni vino di alta qualità che sia stato capace di rappresentare al meglio le caratteristiche del territorio di origine.
Dentro ad un bicchiere di vino pregiato vogliamo infatti ritrovare i profumi ed i sapori della terra che lo ha prodotto e il vino di alta qualità comunica tutto questo.
Eppure per far sì che una bottiglia venga venduta e gustata, anche sui mercati più lontani geograficamente e culturalmente, non serve soltanto una buona politica commerciale e distributiva, ma anche una politica di marketing che comunichi al consumatore finale in maniera efficace le scelte per la qualità portate avanti dal produttore.
Qualità estrema a Donnafugata significa anche questo, vivere le scelte tecnico-produttive non più come segreti aziendali, ma come elementi portanti della comunicazione che lega l'azienda al suo più attento ed esigente consumatore.
In un mercato in cui la richiesta di informazione è continua e pressante, riuscire a sintonizzarsi con il proprio consumatore rendendolo partecipe della vita dell'azienda e delle sue scelte più importanti sotto il profilo della qualità rappresenta una leva di marketing sempre più decisiva.
Ma il rapporto di sintonia e di simpatia che l'azienda instaura con il proprio consumatore non risolve del tutto il rapporto più complesso che esiste fra impresa e società e che attiene alle responsabilità dell'impresa nei confronti della società. Donnafugata da alcuni anni sta cercando di mettere a punto un modello di azienda che possa non soltanto dedicarsi alla produzione di vini di qualità ma anche promuovere la valorizzazione del territorio e la tutela dell'ambiente. Impresa-natura-cultura è un progetto in cui l'azienda supera i propri confini, impegnandosi con responsabilità per lo sviluppo eco-compatibile e culturale del proprio territorio.
In quest'ottica Donnafugata a Contessa Entellina porta avanti contemporaneamente due iniziative. Supporta la Scuola Normale Superiore di Pisa nelle attività di scavo archeologico sulla Rocca di Entella per la valorizzazione culturale e turistica del territorio e realizza un impianto fotovoltaico per la produzione di energia pulita a vantaggio della nostra cantina di vinificazione. Laddove da 6 anni nella prima decade di agosto portiamo avanti la vendemmia notturna delle nostre uve bianche più pregiate, conseguendo un risparmio energetico del 70% sulla refrigerazione delle uve raccolte di notte a 18° anziché a 35° in pieno giorno, l'assunto che la qualità estrema in agricoltura passa anche per la salvaguardia dell'ambiente rende chiaro il ruolo responsabile e costruttivo dell'impresa nel tessuto sociale di questa nostra Italia che comincia a percorrere il Terzo Millennio.
Per concludere, in un mercato globale dove la viticoltura del Nuovo Mondo, ad esempio, sta riscuotendo sempre maggiori successi per la sua competitività in termini di costi e di prezzi, oltre che per l'efficacia della comunicazione basata sulla promozione dei vini varietali, la sfida dei vini italiani di qualità Made in Italy ha una carta importante su cui puntare: la valorizzazione e la promozione del territorio.
Territorio che significa qualità e riconoscibilità dei vini, ma che significa anche patrimonio naturale, paesaggistico, archeologico ed artistico, elementi che fanno parte integrante del vissuto dei vini e dei prodotti Made in Italy.
A noi imprenditori tocca di non rinunciare alla fede estrema nei valori e nelle valenze del territorio Italia così come alla professionalità più adeguata a valorizzare e promuovere l'enorme ricchezza e l'immagine incommensurabile del Made in Italy.
Philippe Daverio: Grazie, anche perché alla fine del convegno ci sarà un buffet sul terrazzo con i suoi vini. Grazie due volte! Grazie anche per un intervento che mi interessa molto personalmente, perché di recente ho l'impressione che il vino stia dando la migliore indicazione metodologica per la conservazione dei beni culturali in Italia. Io vorrei che voi del vino trasmetteste delle relazioni al ministero dei beni culturali per spiegare che cos'è il rapporto tra il futuro ed il passato. In che modo si può usare l'eredità come chiave per creare un'opportunità futura. Lei lo fa poi in un modo straordinario perché prima di iniziare a lavorare ha avuto come sponsor Tommasi di Lampedusa e Luchino Visconti, per cui meglio di così non si può avere. Essi sono un'ulteriore spiegazione di quanto la nostra densità culturale sia una carta fondamentale da giocare. E la giocate in un settore, quello alimentare, non facile. Mi hanno fornito un dato recente: noi bevevamo quarant'anni fa 120 litri pro-capite, ne beviamo oggi una quarantina in meno. Quindi normalmente i produttori di vino avrebbero dovuto avere una sorte drammatica. Lo dico anche a chi si occupa di altri settori, come la moda, il calo quantitativo non è necessariamente causa di un crollo produttivo. Nel caso del vino loro hanno affrontato il calo quantitativo con una genialità assoluta e questo ha fatto sì che un francese che pensava che il vino fosse solo francese in quarant'anni ha dovuto ricredersi. Ed anche i nostri amici californiani che pensavano di conquistare il mondo si son trovati che non ce la faranno nello stesso modo perché gli manca Luchino Visconti che ha fatto Donna Fugata. Adesso l'intervento del Presidente di Federalimentare che riassume il fondo della nostra discussione: Luigi Rossi di Montelera, prego.
"L 'INDUSTRIA ALIMENTARE ITALIANA DI FRONTE ALLE NUOVE SCOMMESSE "
DI LUIGI ROSSI DI MONTELERA, PRESIDENTE FEDERALIMENTARE
Signor Ministro, Autorità, Signore e Signori, innanzitutto voglio ringraziare molto il Comitato Leonardo e la sua Presidente per avermi invitato stasera, davanti un parterre così qualificato, a parlare di industria alimentare. In realtà Lei Presidente ricorda che c'è un detto che dice: "tutti i salmi finiscono in Gloria", Lei ha previsto che dopo questo Convegno ci sia un drink e un buffet, quindi anche il dibattito si conclude in qualche modo con i prodotti alimentari. Bene, che cos'è l'industria alimentare italiana? Guardando il titolo di questo dibattito "Made in Italy e società italiana", credo che non sarebbe stato possibile non includere il mondo alimentare e delle bevande. Innanzitutto dico che cos'è dal punto di vista quantitativo. L'industria alimentare e delle bevande è il secondo settore industriale italiano. Secondo solo all'industria metalmeccanica, ha un fatturato nell'ultimo anno di 93 miliardi di euro, ha una bilancia commerciale attiva e crescente, un livello di esportazioni che ha raggiunto nell'ultimo anno 14 miliardi di euro ma che ha visto soprattutto una crescita incredibile negli ultimi 20 anni. Nel 1980 l'industria alimentare italiana esportava per un ammontare di due miliardi di euro, ne esportava 10 miliardi venti anni dopo, alla fine degli anni '90, in 2-3 anni siamo arrivati a 14. Una crescita straordinaria che corrisponde peraltro ad una certa stasi delle importazioni. Quindi bilancia commerciale crescente, positiva, un grande contributo all'equilibrio e alla crescita dell'economia italiana. 37.000 imprese di cui 7.000 superano i nove dipendenti, quindi grande frammentazione, grande radicamento, nel bene e nel male, con il territorio. Una industria polverizzata, non basata solo su grandi colossi ma su un numero vastissimo di operatori. 400.000 addetti tra dipendenti e indipendenti. Questi sono i numeri che noi solitamente forniamo, perché riteniamo che siano un buon passaporto, quando ci presentiamo ai nostri Ministri e dobbiamo cercare di ottenere ascolto. Ma questi sono dati "freddi", senz'anima, e invece la produzione alimentare italiana ha un'anima. E dov'è quest'anima? Innanzitutto sta nel legame profondo che essa ha nei confronti del mondo agricolo. L'industria alimentare italiana trasforma il 70% dell'intera produzione agricola nazionale. Sono quindi due settori fortemente compenetrati, che nel bene e nel male ottengono un risultato comune, non solo in termini economici e quantitativi: c'è anche una valenza sociale straordinaria. Non sono solo i 400.000 addetti delle 37.000 imprese qualificabili come industria alimentare ma è questo mondo enorme dell'agricoltura, che ad essa è connesso, che fa sì che quando parliamo di mondo alimentare parliamo di qualcosa che è veramente inserito profondamente nella società italiana. Cioè il nostro mondo è parte integrante di questa società italiana, del modo di vivere degli italiani. Non è solo una produzione economica. E' qualcosa che ha una valenza sociale, umana, culturale credo non paragonabile a quella di alcun altro settore. Io dico sempre: che beati che siamo noi che ci occupiamo sempre di vini, di formaggi e abbiamo delle prospettive così liete. Penso a quelli che si occupano di bulloni, che noia deve essere, anche se i numeri magari sono soddisfacenti. Ecco noi abbiamo l'anima data dalla profonda umanità del nostro mondo produttivo. Poi abbiamo una enorme varietà di prodotti. Federalimentare, che io rappresento, comprende ben 18 Associazioni di categoria. Qui potremmo di nuovo snocciolare: dal vino alla birra, dal formaggio ai prosciutti, dal caffè ai dolci, dai gelati alle carni, e poi smetto sennò viene appetito e tutti scappano al buffet! E' una varietà straordinaria, cioè una diffusione che da un lato corrisponde alla varietà produttiva della terra italiana, e dall'altro corrisponde alla varietà della dieta e dell'alimentazione italiana, della cultura italiana e quindi della capacità di trasformazione dell'industria alimentare. Ma un altro elemento forte di quest'anima è lo strettissimo legame che la nostra produzione ha con la tradizione italiana.
Quando noi diciamo Made in Italy, ci riferiamo fondamentalmente a due settori della produzione alimentare:
il settore dei cosiddetti prodotti tipici, i prodotti legati ad un territorio determinato. Sono quei prodotti che dal legame con quel territorio traggono non un elemento statistico, economico o protezionistico ma un aspetto qualitativo caratterizzante che deriva dalla natura. Non solo, per questo motivo vi sono dei disciplinari di produzione, dei modi in cui si ottiene il prodotto che fanno sì che quel prodotto sia determinato da tutto questo e sia riconoscibile nella sua qualità. Per cui se fosse prodotto diversamente o altrove non avrebbe le stesse caratteristiche. Tutto questo mondo dei prodotti tipici rappresenta circa il 10% dell'intera produzione dell'industria alimentare e delle bevande italiana. Qual è l'altro 90%?
L'altro 90% non è meno importante nel Made in Italy, anche se forse non ha un legame specifico con il territorio; esso ha un legame con una tradizione sapiente e spesso antica delle imprese italiane, degli operatori italiani nel trasformare i prodotti alimentari, nel selezionare le materie prime provenienti dal mondo intero, nel sapere produrre dei prodotti adeguati ai gusti e alle specifiche mentalità e cultura dei consumatori italiani e di tutto il mondo. E' quello che noi chiamiamo know how, cioè la capacità di trasformazione che talvolta agisce su prodotti agricoli nazionali - ricordo che trasformiamo il 70% della produzione agricola nazionale - atre volte si tratta di prodotti selezionati nel mondo intero. Pensiamo ad un prodotto che più tipico e più italiano non potrebbe essere, il caffè. Quando noi andiamo all'estero una delle cose che ci rattrista di più è che se noi vogliamo prendere un caffè è un disastro. Eppure non si produce un chicco di caffè in Italia, però l'industria italiana del caffè ha una sapienza impareggiabile nel produrre quel caffè che tutti definiscono caffè italiano. Ebbene questo 90% contribuisce fortemente, ad esempio attraverso i suoi marchi, alla crescita suddetta del prodotto italiano nel mondo. Perché questo? Perché questo fa parte dello stile di vita italiano. Quando con il Presidente Quintieri spesso discutiamo sulla promozione, su cosa dobbiamo promuovere, perché la gente compri i nostri prodotti, ci diciamo che noi non vendiamo solo dei prodotti, vendiamo uno stile di vita. Vendiamo dei prodotti che fanno parte non solo di uno stile alimentare, la dieta mediterranea, ma di un vero e proprio stile di vita. Allora questi prodotti, che non sono solo quelli celebrativi ma anche quelli di normale consumo, che fanno parte di questo stile di vita, sono legati strettamente alla cultura italiana. Alcuni di questi prodotti sono molto antichi, il vino che risale agli etruschi, altri sono più recenti ma tutti sono legati a questa valenza culturale. Alcuni sono cantati nell'arte, nella letteratura, nella poesia. Alcuni sono rappresentati nella pittura. C'è un interscambio: la cultura celebra questi prodotti ed essi fanno parte della cultura. E allora dicendo tutto questo, per la crescita del nostro settore, che cosa resta da fare? C'è ancora strada da recuperare rispetto alla produzione, ad esempio, francese o tedesca. Occorre valorizzare le nostre marche, le nostre denominazioni, combattere le contraffazioni. Nel prossimo negoziato di Cancun dell'OMC uno dei grandi capitoli è proprio questo. Per noi è fondamentale. Nell'apertura dei mercati, nell'abolizione delle barriere, nell'entrata in questo libero mercato in cui lottiamo ad armi pari con la concorrenza mondiale spesso a minor prezzo, la nostra carta vincente è l'immagine, la denominazione, il marchio. Allora se la contraffazione ci distrugge questo, noi non possiamo competere e non è giusto. Perché la contraffazione significa usare fraudolentemente qualcosa che qualcun altro ha legittimamente costruito. Dunque la promozione sulla nostra immagine, sulla nostra eccellenza, la valorizzazione del concetto di sicurezza alimentare. Noi siamo ben consci che non essendoci uomo, donna o bambino al mondo che possa non consumare i nostri prodotti, sentiamo in modo fortissimo questa responsabilità sociale che sta nella sicurezza. Non é solo una tutela dei nostri marchi, sui quali investiamo in pubblicità ed immagine, ma è una responsabilità sociale. Ebbene il 20% degli addetti all'industria alimentare italiana opera per la sicurezza ed il controllo. E' un investimento cospicuo che il nostro mondo fa, una sfida nel futuro ma anche una garanzia che noi offriamo ai nostri consumatori. Credo che su questo noi potremo costruire l'ulteriore cammino del nostro mondo alimentare e delle bevande, un mondo che ha cominciato in alcuni casi ad espandersi da molti decenni o secoli, che si è espanso in questi ultimi tempi con una crescita di qualità ed immagine sempre maggiore e che ha di fronte a sé un futuro, io penso, positivo e brillante.
Philippe Daverio: Prima di lasciare al ministro di trarre le conclusioni diamo la parola per un saluto al dottor Giancarlo Cerutti di Confindustria.
CONCLUSIONI DI GIANCARLO CERUTTI, VICEPRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA
Desidero innanzitutto portarvi il saluto del Presidente D'Amato che per una sfortunata coincidenza non ha potuto essere qui con noi questa sera.Tanti colleghi mi hanno preceduto e hanno parlato in modo molto interessante della storia del Made in Italy. Io desidero portarvi il mio contributo nella veste di Vicepresidente di Confindustria ma anche in quella di imprenditore .
Ricordo quello che ha detto Vespa all'inizio del suo intervento. Lui ha parlato della storia del nostro Paese dal 1993 ad oggi e ne ha ricordato i passaggi difficili; se noi guardiamo inoltre un po' più indietro e rivediamo com'era il nostro Paese quando uscì dalla seconda guerra mondiale, qual era lo stato dell'imprenditoria italiana, vediamo che questo lungo cammino si è tramutato in un successo che il titolo di questo convegno ha ben rappresentato, un successo anche affascinante e che ha visto gli imprenditori italiani certamente protagonisti.Noi non siamo tra coloro che vogliono autolodarsi, non siamo tra coloro che indicano in loro stessi la capacità di far crescere il Paese, non vogliamo indicarci solo come quelli che debbono essere presi come punto di riferimento per tutti gli altri. Però crediamo di avere dato un contributo importante allo sviluppo di questo Paese. Crediamo di avere amato il nostro lavoro e di avere creduto nel nostro ruolo anche quando era difficile farlo in Italia. Oggi vedete, cari colleghi, tutti parlano di competitività, è questo un termine che recentemente è entrato nell'uso comune. Noi parlavamo di competitività anche quando in questo Paese questo concetto era giudicato negativamente, anzi ci si vergognava di esprimerlo.
Io credo che l'intervento di La Palombara ha ricordato lo sviluppo e la struttura dell'industria italiana. Noi qui certamente ricordiamo le imprese del food and fashion, però permettetemi di ricordare che l'industria italiana è in grande misura l'industria della meccanica strumentale. La meccanica strumentale, mi ricordava il presidente Quintieri pochi istanti fa, in tantissimi paesi del mondo è il primo esempio di successo del Made in Italy. L'innovazione di prodotto è stata nella meccanica strumentale lo strumento principale per questo successo. Io sono d'accordo con il mio amico Moretti Polegato quando lui parla della ricerca: è vero, noi abbiamo una mancanza di collegamento tra ricerca di base ed il sistema delle piccole e medie imprese. L'Italia è il Paese delle medie e piccole imprese e dobbiamo accelerare il collegamento tra questi due mondi poiché l'innovazione di prodotto che è stata peculiarità del sistema industriale, non è più sufficiente. Il titolo di questo convegno collega strettamente le imprese ed il Paese. Due mondi che hanno condiviso molte sfide. Noi siamo coscienti come imprenditori che la sfida che abbiamo vinto fino ad oggi, che ci ha portato ad essere un Paese con una forte esportazione, è una sfida che non è certamente finita ma diventa perdente se non si comprende velocemente che bisogna anche andare a produrre nel mondo non solo a vendere. Questo salto del sistema industriale italiano, è quindi fondamentale per renderlo vincente anche nei prossimi anni. Dobbiamo andare a produrre nei paesi che sono già grandi mercati. E' una sfida difficile, perché per vincerla occorrono mezzi finanziari, uomini, strutture interne ed anche una soluzione equilibrata nel passaggio generazionale, aspetto questo molto importante per la tipologia del nostro sistema industriale dove le imprese famigliari sono una grande parte fra le piccole e medie. Su tutti questi aspetti il Paese deve apportare il proprio contributo. La maggioranza silenziosa degli imprenditori italiani, che non va sui giornali ma che produce e vince sui mercati mondiali, ha bisogno che il Paese l'aiuti a compiere quei salti necessari. E quale è la strada che ci attendiamo il Paese percorra?
Riforme strutturali, portare avanti quel sistema di riforme di cui abbiamo urgentemente bisogno, comprendendo che " insieme si vince, separati si perde "
E con questo concetto mi riferisco anche al rapporto tra industria e banche. Non voglio entrare in una polemica sterile ma credo che questi due soggetti siano aspetti importanti del sistema Paese e debbano comportarsi in modo aperto e cooperativo, accettando suggerimenti e contributi senza dimenticarsi che si sono anche fatti passi avanti ma che molti margini di miglioramento sono ancora ottenibili.
Certamente l'intervento del Ministro Marzano ci aiuterà a comprendere i passi che il Governo intende fare sui temi accennati.
Ricordiamo al Ministro che le condizioni per un collegamento più efficace tra università , ricerca e tessuto imprenditoriale italiano sono essenziali affinché questo possa continuare ad eccellere come questi 10 anni di Comitato Leonardo hanno ben sottolineato.
LAURA BIAGIOTTI, PRESIDENTE DEL COMITATO LEONARDO
La parola al Ministro Marzano che trarrà le sue conclusioni al nostro convegno e lo ringraziamo per essere con noi. Grazie.
CONCLUSIONI DI ANTONIO MARZANO, MINISTRO DELLE ATTIVITÀ PRODUTTIVE
Grazie, grazie per l'invito che mi è molto gradito perché io mi sento molto in sintonia con il Comitato e con la Presidente del Comitato. Ormai sta diventando quasi una tradizione che ogni anno io venga qui ad affliggervi con le mie parole L'anno scorso son venuto e ricordo di avere espresso un concetto, quella che - il ministro delle imprese, quella che ritiene essere un'impresa. Perché sul concetto di impresa - ricordavo l'anno scorso - vi sono nozioni diverse. C'è chi ritiene che un'impresa è un assieme di fattori della produzione, come si legge nei manuali di economia, fatto di capitale, di lavoro, di capacità imprenditoriale, di terra, se si tratta di un'impresa agricola, insomma una combinazione di questi fattori produttivi. C'è chi ritiene, all'estremo opposto, che l'impresa sia un meccanismo di sfruttamento. Io credo che l'impresa sia un'idea : fondamentalmente l'impresa è un'idea, un'idea che certo poi ha bisogno poi di capitale, lavoro, terra, capacità imprenditoriale. Ma se non c'è alla base di un'impresa un'idea non c'è un'impresa, o non c'è un'impresa di successo. Quell'idea si incorpora in un prodotto - dicevo sempre l'anno scorso - che poi viaggia ... le idee viaggiano, vanno sul mercato, il mercato le giudica e premia le idee di successo e invece penalizza le idee che non valgono nulla. E appartiene un po' all' Italian style of life questa frase, ma quest'oggetto non significa niente, cioè non c'è un'idea che valga . Questa frase credo che sia meno usata in altri stili di vita. Questo dicevo l'anno scorso. E' passato un anno e io mi sono convinto che è così. Così come sostenevo l'anno scorso, mi rafforzo in questa idea, e anzi in qualche modo devo dirvi, in quello che è successo quest'anno, nei fatti che accadono e nella riflessione che il ministro deve fare sui fatti il problema è diventato ancora più evidente e consentitemi un attimo di richiamare la vostra attenzione su questo aspetto. Ormai sono sul mercato mondiale paesi che 10 anni fa - il muro di Berlino è caduto una decina di anni fa - nessuno avrebbe mai pensato, 10 anni fa, che avrebbero partecipato al libero scambio mondiale, " libero scambio " mondiale. La Cina, i paesi baltici, i paesi ex comunisti avevano un loro sistema di scambi, si chiamava COMECON, e non era certo il libero scambio mondiale. Ora sono lì, la Cina, con qualche miliardo di abitanti, i paesi baltici e sono lì a competere con l'Occidente, con i paesi già industrializzati e noi dobbiamo riflettere su questo fatto, perché questo fatto sta cambiando la specializzazione internazionale del lavoro. Questi paesi sono molto competitivi, sotto il profilo del basso costo del lavoro e del basso costo sostenuto per la difesa dell'ambiente. A questi paesi, della difesa dell'ambiente non gliene può - l'espressione era romanesca - non gliene può importare di meno e non c'è da stupirsi, perché questi paesi si trovano più o meno come era l'Italia all'inizio degli anni '50: nessuno parlava dell'ambiente. Per la verità nessuno parlava di tante cose di cui si parla anche oggi moltissimo, per es. della dieta. Chi parlava di dieta nel 1945 - 46? O chi pensava che si dovesse fare il footing per dimagrire? L'avrebbero preso per pazzo nel 1946. E chi parlava dell'ambiente, dell'acqua, dell'aria, di queste cose qui? E questi paesi hanno altre priorità, rispettabili, date le condizioni di partenza, ma hanno un grossissimo costo sotto il profilo della protezione ambientale che invece, alle nostre imprese, costa. Così come alle nostre imprese costa di più il lavoro, come è normale che sia. Allora possiamo noi competere, sulla base del costo di produzione, con questi paesi? Noi dobbiamo cambiare la specializzazione produttiva. Questo problema non è solo italiano, il problema è europeo. Dobbiamo, cioè, essere competitivi su un altro piano. E qual è l'altro piano? E mi ricollego alla mia definizione dell'impresa. Dobbiamo competere con le nostre idee, cioè dobbiamo specializzarci in innovazioni. Il cambiamento della specializzazione internazionale delle produzioni per l'Italia, e io mi occupo dell'Italia, sono le novità, le innovazioni, la creatività. Dunque in questo senso saremo competitivi o perché produciamo qualcosa che prima non si produceva, o perché la produciamo meglio, o perché la disegniamo meglio, perfino, vorrei dire, la confezioniamo meglio. Sono idee, che loro ancora non hanno, perché i loro gusti, la loro cultura, la loro tradizione vengono da economie pianificate. A quale burocrate della pianificazione volete che venga in mente un'idea buona? Io per quanto ne so, non se ne trovano. Noi siamo abituati a questo, noi siamo abituati ad avere idee. Abbiamo 5 milioni di idee in questo paese, 5 milioni di piccole e medie imprese. Ognuna di queste si basa su un'idea. E concorrono fra di loro, a meno di non pensare che abbiamo 5 milioni di monopoli che è una grande sciocchezza. Quando si dice che in Italia non c'è abbastanza concorrenza io replico: ma queste 5 milioni di imprese, che fanno? Ognuna ha la propria nicchietta? E non c'è un rapporto di concorrenza fra beni magari un po' diversi fra di loro ma che sono alternativi, sono nella libera scelta dei consumatori. Dunque idee, idee, idee. Creatività.
Secondo, la lotta alla contraffazione, chi mi ha preceduto ha parlato di questo, perché se noi inventiamo nuove idee, nuovi prodotti e cosí via e poi ce li copiano, non le abbiano più le idee. Su cosa competiamo?
E terzo certamente quello che dicevi tu: in molti casi conviene andare a produrre quelle idee dove il costo del lavoro è più basso, dove il costo dell'ambiente è più basso, perché allora diventiamo competitivi per le idee e anche per i costi. E se non lo facciamo noi - perché qualcuno dice: ma non sarebbe meglio che le imprese rimanessero in Italia ? - ma se noi non lo facciamo, quando occorra, perché non è detto che convenga sempre andare a produrre all'estero, ma quando occorra, perché ci sono condizioni competitive in un altro paese, lo fanno gli altri, lo fanno gli altri paesi! E a qual punto non solo si avvantaggiano di quello, ma battono anche la casa madre che non lo facesse, quindi, per cortesia, in economia bisogna essere molto flessibili: non ci precludiamo delle strade solo per idee, così, ideali, peraltro non fondate, non consistenti. Dunque, l'impresa è fondamentalmente un'idea. In Italia, poi, c'è una lunga tradizione. Raccontavo, in un'occasione del genere, che colpisce molto quando andiamo a visitare qualche nostro museo: quasi sempre c'è una sala in cui c'è una vetrina in cui c'è il prodotto utile, la tazza per raccogliere l'acqua…
E poi magari, nella vetrina successiva, troviamo quella tazza, con dei disegni, con delle pitture. Quello è il passaggio dall'utile al bello. E' il momento miracoloso. E l'italiano fa così, l'imprenditore italiano questo fa, trova la qualità, lavora sulla qualità soprattutto, non solo sull'utile. Le materie prime sono utili, ma non sono belle. Come si può fare concorrenza sulle materie prime? Solo sulla base del costo, non c'è da elaborare molto. Ma il Made in Italy è questo.
Tra poco assumeremo la presidenza del semestre europeo e penso che uno dei punti principali sia costituito dalla tutela del consumatore e dalla tutela, parallelamente, del produttore: vanno di pari passo. Produttori che all'interno dei confini comunitari sono spesso oggetto di vere e proprie frodi: la contraffazione. Questo fenomeno, per il quale purtroppo anche gli italiani concorrono, perché anche in Italia si fa contraffazione, provoca danno non solo alle imprese, ma anche ai consumatori, perché non scelgono sulla base di una scelta basata sulla trasparenza. Noi che stiamo facendo? Coordinandoci molto con la commissione attività produttive, stiamo elaborando un disegno di legge per l'istituzione di un marchio " Made in Italy " che sia testimonianza dell'eccellenza e strumento di contrasto, al tempo stesso, della contraffazione.
Siamo avanti, introdurremo il marchio " Made in Italy ".
D'altra parte stiamo curando con molta attenzione anche quello che si chiama filiera. Non so se è capitato a voi, ma se andate all'estero - e il professor La Palombara che sta di fronte a me, lo sa, perché vive in quello che io considero l'estero, non so come lui lo considera - e entrate in un ristorante dove c'è scritto ristorante italiano, quello di italiano ha solo fuori, la targa, ma non è affatto detto che cucinino con prodotti che vengono dall'Italia, che usino il parmigiano e non il " parmesan" e cose di questo genere. E italiano in che senso ? Magari neanche il cuoco è italiano. Quasi sicuramente, o diciamo è molto improbabile che sia italiano il proprietario. Questo significa che etichettarsi come italiano deve essere un fattore di attrattiva enorme, perché sennò chi glielo farebbe fare ? Ma può esserci sotto una piccola contraffazione - piccola o grande - dipende poi da come ne usciamo da quel ristorante e dalle ore immediatamente successive al pasto, insomma. Mi pare importante quindi anche andare a testimoniare e a controllare queste cose, cioè mettere un bollino anche sul ristorante, verificando se è veramente italiano o no.
Stiamo lavorando sulla contraffazione. Io ho chiesto la costituzione di reparti speciali della Finanza, dei Carabinieri, per combattere contro la contraffazione e vorremmo pensare anche a un marchio sociale , il cosiddetto " ecolabel ", oppure " social label ", ma su questo non trovo ancora l'accordo delle associazioni dei produttori. Spero, continuando a insistere, di riuscire anche in questo. Sono idee. Dobbiamo testimoniare che sono idee nostre, " Made in Italy " e dobbiamo provare che chi dice "ristorante italiano" o semplicemente " Made in Italy ". se non è vero, bisogna dire - bisogna che il consumatore, che poi è libero di scegliere. Se c'è il bollino italiano, ma si mangia male, non ci andrà, solo perché c'è il bollino italiano. Ma vorremmo che non andasse in un ristorante solo perché c'è scritto italiano e italiano non è. Ci sono varie iniziative che abbiamo preso. Recentemente abbiamo fatto un bando, per concorrere alla formazione degli stilisti, perché questo è un problema - perché non è facile trovare - quando dicevo " è un'idea ", questo concetto si può estendere anche ai lavoratori, perché la specializzazione in quel campo è la conseguenza di un'idea. Quindi noi abbiamo bisogno di persone che sappiano lavorare con le idee, che sappiano fabbricare con le idee, quindi, per es., gli stilisti.
Oggi ho proposto come ministro delle imprese e quindi anche come ministro della ricerca applicata alle imprese - poi le decisioni spetteranno a qualche collega, ma io ho il dovere di esprimere le mie idee - una riduzione dell'IRAP, soprattutto per la parte del costo del lavoro rappresentata dai ricercatori. Non costerebbe molto - sostenetemi! - non costerebbe molto, sia perché poi i ricercatori non sono tantissimi, sia perché in Italia - mi dispiace per loro - ma non sono pagati gran che, quindi non costa alle casse dello Stato. Ma è un incentivo, alla ricerca, ad assumere dei ricercatori, a fare ricerca. Insomma stiamo prendendo molte iniziative, che si collegano a quella concezione personale che io ho, dell'impresa come idea e della necessità di specializzarsi in idee, in invenzioni, in innovazione.
Einaudi diceva: "Un'economia - prediche inutili - non è tanto, come molti pensano, mossa dagli interessi, quanto dalle idee". Sono poche parole, ma sono importanti, perché se l'economia di mercato fosse mossa solo dagli interessi, occuparsi dell'economia significherebbe fare gli interessi di qualcuno e non sarebbe un gran compito. Ma vedere l'economia come il luogo delle idee, curarsi dell'economia, così concepita credetemi, è una bella missione. Grazie.
LAURA BIAGIOTTI, PRESIDENTE DEL COMITATO LEONARDO
Ringraziamo il signor Ministro per il suo intervento e per l'incoraggiamento che dà a tutti noi. Finalmente tutti dobbiamo essere un po' più leonardeschi. Grazie dell'attenzione e adesso ci aspettano le terrazze di questo meraviglioso luogo. Grazie.
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